Cassandra

/ Giugno 11, 2020/ Racconti inediti, Romanzi e Racconti

Parte Prima

Stephenson Hall sorgeva poco a nord del Loch Ness nella sonnolenta campagna di Inverness. Vuota e silenziosa, colma solo della calma e del respiro dell’unica persona che vi abitava. Isolata dal mondo e perennemente avvolta dal rilucente bagliore delle nebbie, risultava all’osservatore come un luogo ormai lasciato all’abbandono; sensazione fugata dal prato incolto, quasi selvaggio, e dalla perenne oscurità che regnava al di là dei vetri delle finestre opache (per non dire sudice), dal suono sinistro del cancello e dall’insolita presenza di corvi appollaiati sui rami degli alberi torvi che dovevano essere ormai morti da tempo. Un vialetto che quasi aveva perso qualunque connotato di tale servizio, era ridotto ad una sequenza di ossa di dita, le cui falangi sconnesse rappresentavano le pietre lisce su cui un tempo si sarebbe camminato senza dover far breccia tra le sterpaglie incolte come ciocche scompigliate di capelli.

Fu proprio in questo breve tragitto che per la prima volta mi sentii a disagio, come se la mia immaginazione avesse potuto percepire presenze nascoste muoversi e sfiorarmi, studiare il mio modo di camminare e di osservare ciò che avevo attorno; queste creature vegetali (così cercai di immaginarle), era come se strisciassero al di sotto della terra e dei sassi, accompagnandomi – o spingendomi – verso quel luogo, che mano a mano che invadevo con la mia presenza, diveniva per me sempre più come una terra straniera.

Alla fine di tale tortuoso sentiero, alcuni gradini invogliavano il pellegrino a fuggir via da quel disastroso squallore e dalle brevi ed ingannevoli sensazioni, per giungere infine, a trovare ricovero al di sotto di una veranda che solo apparentemente si trovava in buone condizioni. Apparentemente, poiché la porta d’entrata sembrava fosse stata malamente poggiata sui cardini con la stessa cura con cui tenteremmo di sistemare uno steccato marcio che cade a pezzi.

Essenzialmente, tutto questo era marginale rispetto alla presenza di un lugubre cimitero sul lato ovest della casa che notai con la coda dell’occhio sentendomi gelare le ossa; la sua apparizione fu qualcosa di vagamente diabolico. Attraverso la fitta nebbia a banchi, le lapidi sconnesse fecero rapidamente capolino per scomparire immediatamente nella lattiginosa umidità della brughiera. Proprio lì davanti, un cancello arrugginito che avevo intravisto poco prima, ricordava la sua esistenza attraverso degli sgradevoli lamenti, simili al sinistro canto di una Banshee; ebbi modo di detestare quel suono stridulo nelle ore notturne durante la mia permanenza nella casa degli Stephenson, tanto che ancora oggi, il solo udire quello stridore metallico – anche se dissimile – rende la mia esistenza un continuo sprofondare nell’incubo di quei giorni.

Ricordo ancora quegli avvenimenti di fine novembre; la mia carrozza si era fermata sul viale, giusto a pochi passi dall’entrata. Il conducente si era guardato attorno con aria angosciata. Si era tamponato più volte la fronte mentre scaricava i miei bagagli e di corsa era risalito al suo posto di guida dimenticandosi quasi di intascare la sovrana che reggevo tra le dita per pagare la corsa. Si scusò poi posandosi il cappello sul petto e balbettò qualcosa che non capii; probabilmente era riferito al suo bizzarro comportamento, pensai, ed infine arraffò la sovrana con qualche titubanza. Se la infilò in tasca e dopo appena un istante i cavalli già erano stati sollecitati a disimpegnare il viale, tant’è che se non fosse stato per i miei veloci riflessi, la carrozza mi avrebbe travolto.

Raccolsi allora le mie valige e mi avviai lungo il viale descritto prima. Probabilmente ero uno dei pochi a sapere che quella casa era in realtà abitata, perché, come avevo appreso giù in paese, nessuno era riuscito a capire per quale motivo fossi diretto proprio lì, dove – a detta dei locali – c’era solo una casa lasciata andare in rovina dopo la morte dei proprietari. Qualcuno addirittura, alle mie domande, si era infilato il cappello alla svelta e squadrandomi da capo a piedi si era allontanato di gran carriera dalla locanda.

Ormai con il dubbio che avessero ragione, e che anche il mio amico fosse morto senza che io ne avessi avuto notizia, domandai se qualcheduno aveva mai sentito parlare dell’uomo che vi abitava: il mio vecchio amico Sir James Stephenson. Tirai un sospiro di sollievo quando mi venne risposto che un paio di individui lo conoscevano almeno di vista, ma vidi comunque un certo stupore negli occhi dei presenti quando affermai che egli abitava proprio lì, in quella casa che loro si ostinavano a definire abbandonata. Deciso a togliermi ogni dubbio, chiesi al cocchiere fuori dalla locanda di accompagnarmi comunque verso Stephenson Hall. Non accolse la mia richiesta con particolare entusiasmo, ma la sovrana che gli mostrai costituì un ottimo incentivo contro ogni dubbio riguardo il mio desiderio di proseguire verso la meta.

Sir James Stephenson, si era ritirato in solitudine da anni, e con lui avevo avuto solamente qualche sporadico contatto epistolare dove da entrambe le parti, ci eravamo sempre limitati solamente alle domande e alle risposte di cortesia. Del mio vecchio amico – perché un tempo eravamo molto amici -, sapevo quindi molto poco riguardo gli ultimi anni della sua vita se non qualche informazione che egli si era lasciato sfuggire in alcune missive.

Dopo la morte dei genitori, l’intera fortuna del vecchio Sir Stephenson Senior era passata nelle mani dissolute del suo unico figlio maschio. Ed ecco davanti a me cos’era diventata ora Stephenson Hall: una casa enorme e solitaria, priva di luci, così come dovevano essere ormai divenuti gli occhi di chi l’abitava: un uomo avvezzo all’accidia e al vizio. O almeno, così me lo ero immaginato.

Aveva sperperato tutto, qualcosa come un milione di sterline ed infine, si era barricato lì dentro, nell’unica proprietà rimasta lui nonostante il gioco d’azzardo gli avesse tolto praticamente ogni bene, terre comprese. Quello che avevo di fronte era l’unico immobile superstite di una vita indegna, ma mai diedi ad intendere a Sir James il mio biasimo nelle lettere in cui si era sfogato in un attimo di debolezza riguardo la sua quasi indigente situazione, poiché sapevo che non ne aveva in fondo alcuna colpa; il suo, era il risultato di una vita senza fatiche e pertanto, quale valore avrebbe potuto dare alle cose un uomo che non aveva mai avuto modo di conoscere la differenza tra una sterlina guadagnata con una sterlina – dio mi perdoni – caduta dal cielo? Oserei dire che oltretutto si era punito già abbastanza da solo rinchiudendosi nella sua dimora ancestrale, lì dove negli ultimi tempi mi ero immaginato vivesse in una solitudine immensa.

Dopo anni e anni di rapporto epistolare mi ero finalmente deciso a fargli una sorpresa ed andai a trovarlo. Spero nessuno possa avvertire questa mia come una mancanza di tatto, ma Sir James aveva già manifestato più volte di volermi ospitare prima o poi a casa sua per ricordare insieme i vecchi tempi passati.

Appresi solo nell’istante in cui la porta di Stephenson Hall venne aperta che la mia visita non era attesa. Forse non lo avrebbe mai creduto, ma ora mi ritrovavo proprio sulla sua soglia. Mi guardò senza dire una parola e, come se non mi avesse riconosciuto subito, acuì lo sguardo per osservarmi meglio. Allargai le braccia con un sorriso e mi annunciai, ma dall’altra parte ne ricevetti in risposta solo un’accoglienza nervosa, non infastidita ben inteso, ma era chiaro che probabilmente ero capitato proprio in un momento poco opportuno.

Rivederlo in quelle condizioni, un po’ curvo sulla porta, il viso segnato da una vita di vizi e quell’aria spenta, mi aveva molto addolorato. Mi resi subito conto che l’immaginazione, purtroppo, si era rivelata più reale di quanto avessi creduto: si mostrava ben vestito nei suoi abiti – probabilmente ereditati dal padre -, anche se vecchi e ormai un po’ sciancati sulle spalle. Voleva dare l’impressione che nulla fosse cambiato e questo rese la mia tristezza ancora più amara. Gli occhi azzurri, anch’essi come anticipati dalla mia fantasia, risultavano spenti e stanchi, infossati nelle due orbite cerchiate di scuro, tipiche delle persone insonni.

Malgrado avessimo la stessa età, i miei quarant’anni erano sicuramente portati molto meglio e non lo dico per vanto, ma perché effettivamente questa differenza tra me e lui, era qualcosa che mi aveva profondamente colpito.

“Mio caro Maverick – mi disse – sei proprio tu!”, ma non riuscì a nascondere un velo di nervosismo e di imbarazzo.

Come dissi prima, l’accoglienza non fu insomma delle migliori, ma cercai di addossare quel comportamento alla mia idea poco felice di essermi recato a casa sua senza avvisarlo. Nonostante questo, e messo da parte l’impaccio iniziale, venni accolto con tutti gli onori del caso. Si scusò subito per la sua titubanza imputandola alla condizione di isolamento – che sottolineò più volte con la parola “voluto” – e al fatto che dopo così tanti anni non mi aveva riconosciuto.

La porta si chiuse alle mie spalle e solo in quel momento, non appena i miei occhi riuscirono ad adattarsi alla scarsità di luce, vidi la terribile desolazione di Stephenson Hall.

Parte Seconda

La sera volò via in modo piacevole e leggero, raccontandoci gli ultimi anni privi delle barriere comunicative che calamaio e pennino in qualche modo sono ancora in grado di ergere, quando ad un tratto, verso le 23:00, James iniziò ad assumere un comportamento irrequieto. Dapprima nervoso ed insofferente, iniziò a balbettare e a tremare senza alcuna ragione apparente e, ben presto, mi resi conto che il suo atteggiamento insolito era insorto non appena aveva guardato l’ora.

Non diedi a vedere che me ne ero accorto, sino a che la cosa non divenne troppo evidente per seguitare facendo finta di nulla. Il suo sorriso forzato, la balbuzie e la fronte unta di sudore non potevano passare inosservati, tanto meno il suo continuo fissare l’orologio e la finestra con insistenza che oserei definire ossessiva.

“Perdonami Maverick.. dove eravamo ri-rimasti?” mi disse, ed io, che ormai mi ero fissato sul suo strano comportamento, avevo dimenticato cosa stesse dicendo. Farfugliai qualcosa su un discorso che era nato e morto già un’ora prima, l’unico che ricordassi così su due piedi, ed egli vi si aggrappò come se nulla fosse, senza ostentare il minimo dubbio sul fatto che ne avessimo già disquisito. Era una via di fuga, per quanto disperata.

Capii che era giunta l’ora, almeno per il mio amico, di ritirarsi nei suoi alloggi e così decisi di non abusare oltre della sua cortese compagnia. Quando spensi il sigaro, rimanemmo entrambi in silenzio, io fissando il posacenere e lui la pendola. Fu quasi una perfetta coincidenza, quando entrambi aprimmo bocca per dire “Si è fatto tardi”.

“Qualcosa ti turba James?” domandai afferrando l’occasione, rendendomi conto che ora il mio amico non era più in grado di nascondere il suo stato d’ansia; il colletto della camicia bianca era macchiato di sudore, tant’è che subito allentò la stretta della cravatta e sospirò. La luce delle candele per un attimo illuminò la sua fronte imperlata ed io non potei che suggerire a James di ritirarci per la notte, lasciando cadere la mia domanda nel vuoto. Egli acconsentì immediatamente con vivace enfasi. Notai che non poteva fare a meno di continuare a voltare lo sguardo da una parte all’altra del salone, poi dalla finestra all’orologio e così via.

Mi lasciò perplesso, ma pensai che probabilmente fosse stanchezza o preoccupazione per qualcosa che non era affar mio. Infatti, non sembrava propenso a condividere con me ciò che lo turbava, forse per non mettermi a disagio già subito dalla prima notte.

Fu lui ad accompagnarmi in quella che era stata allestita come la mia camera da letto. Poi, prima di congedarsi, la sua agitazione crebbe e mentre ci trovammo faccia a faccia sulla soglia della mia camera, egli guardò alle mie spalle come se volesse controllare qualcosa all’interno della stanza. Si scusò per l’atteggiamento bizzarro che subito giustificò con non poco imbarazzo e sul fatto che non avendo domestici, voleva sincerarsi che disponessi di tutto l’occorrente per la notte.

“Non sono mai stato bravo in questo genere di cose.. questi lavori intendo.” mi disse, lasciandomi ad intendere che era stato proprio lui a rimettere in sesto quella camera nella quale probabilmente nessuno vi aveva più abitato da anni.

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Feci capire al mio amico che non doveva preoccuparsi di nulla e che se avessi avuto qualche necessità avrei provveduto io stesso, mi bastava solo sapere dove fossero le cose. Egli sorrise, e prima che potessi chiudere la porta, James dimenticò per un attimo le buone maniere e la trattenne con una mano.

“Maverick! Ti prego, lasciami controllare che ci sia la chiave.”

“Perché mai James? Non ne ho bisogno.” risposi a quell’atteggiamento singolare.

“Perché è bene che tu chiuda la porta, di notte.”

Sbattei le palpebre fissandolo. Egli si asciugò la fronte e sorrise in modo forzato.

“Ti prego di perdonarmi, non sono abituato ad avere ospiti. Sono un pessimo padrone di casa. Volevo solo che tu potessi chiuderla se necessario.”

Ancora una volta risposi che non ne avrei avuto motivo e così, se ne andò. Lo osservai dalla soglia serrandola lentamente, studiando quella sua camminata stentorea che improvvisamente si era fatta svelta, come se temesse di rimanere ancora un solo istante nel corridoio.

***

Non capii subito cosa accadde quella notte, ma qualcosa si mosse all’interno della mia stanza e subito fui desto. Provavo quello stato confusionale tipico dei risvegli repentini, la sensazione come di non essere solo, e allora mi alzai a sedere nel letto. Scrutai nel buio cercando con la mano il fiammifero che avevo lasciato lì accanto sul comodino per accendere la candela. Solo in quell’istante sentii quanto le mie mani stessero tremando poiché per quanto mi sforzassi di rimanere immobile, non fui in grado di produrre alcuna fiamma. Scesi dal letto e mi diressi verso la finestra.

Aprii le imposte sperando che almeno il chiarore della luna potesse illuminare la stanza, ma non appena mi fui girato per scoprire che cosa stesse rendendo spiacevoli le mie sensazioni, vidi solo la mia ombra, lunga e incerta, là dipinta sul pavimento, nel tetro colore azzurro che l’astro vi proiettava, poi i mobili, il mio letto sfatto ed infine, la porta ancora chiusa. Mi domandai allora se forse le parole di James non avessero in qualche modo condizionato il mio comportamento e provai una certa vergogna nell’ammettere che in una situazione analoga, non avrei certo avuto una reazione di questo tipo. Per dirla tutta, ad oggi: ovunque, tranne che a Stephenson Hall.

Mi voltai per chiudere le imposte sospirando, quando d’un tratto vidi con la coda dell’occhio, malgrado i fitti banchi di nebbia a filo del terreno, qualcosa muoversi lentamente sul prato di sotto. Mi attaccai con la fronte sul vetro freddo per osservare meglio e distinsi chiaramente una presenza fugace, appena una macchia bianca muoversi tra l’erba ed il chiarore lunare. Quando poi fu più vicina, potei scorgere le lente falcate di un passo umano (malgrado allora pensai nulla avessero di naturale) che si avvicinavano verso la porta della casa in cui ero ospite. Tremai al pensiero che qualsiasi cosa fosse, si stesse a poco a poco dirigendo sempre più all’interno del cerchio immaginario che avevo definito come il mio piccolo, anche se temporaneo, baluardo sicuro. Non è forse questo che dovrebbe essere una casa? Non dovrebbe forse essere il luogo più sicuro al mondo? Quella non era la mia casa, eppure, inconsciamente, fu mia premura sincerarmi che nessuno potesse varcare la mia zona sicura e così, seguii i suoi movimenti senza mai perderla di vista. L’azzurro cupo della notte, intanto, danzava attorno a quella figura quasi fosse stata lei stessa la notte, e la bruma che si aprì al suo passo lento e solenne aprì nella mia mente un pensiero: e se fosse riuscita ad entrare? Forse avrei dovuto svegliare James, ma qualcosa che non seppi spiegare allora come oggi, mi impedì di muovere un solo muscolo. Ricordo che il cuore percosse lo sterno e sentii un peso dilatarmi il centro del petto quando l’apparizione si fermò e, lentamente, quello che mi era apparso come il volto di una donna sfocato, alzò lentamente lo sguardo e puntò gli occhi nella mia direzione. Indietreggiai sino a che il bordo inferiore della finestra non la coprì completamente alla mia visuale, e solo allora, gettando gli occhi più in là della mia ragione, concretizzai che ella proveniva dal cimitero.

Non riuscii subito a decifrare le mie emozioni, perché fu come vivere tra questo mondo e quello onirico. D’un tratto sentii alzarsi una leggera brezza che restituì un suono molto simile alla voce umana, ma sotto forma di un sinistro sussurro a quelli che erano alberi morti, lì, nel viale. I loro rami sfregando tra loro stavano ora emettendo una cantilena ipnotica e, ascoltando con attenzione, potevo udire anche una voce di donna, come un sottile lamento ad ornare quella litania innaturale. Indietreggiando ulteriormente inciampai nei miei piedi, ricordo solo questo, poiché rimasi privo di coscienza fino al mattino seguente, quando mi risvegliai infreddolito a terra e con un gran dolore alla nuca.

Mi diedi una rinfrescata veloce e mi vestii per raggiungere James al quale, per tutta la giornata non parlai di quanto accaduto durante la notte, anche se per tutto il tempo, l’immagine di quella donna dai colori spenti continuava ad affiorarmi dinnanzi agli occhi come la patina lasciata tra le ciglia al risveglio d’ogni mattino. Domandai in modo vago se avesse dormito bene, ma James rispose in modo sfuggente.

Più tardi camminammo a lungo per tutta la tenuta, ed ebbi l’impressione che James volesse evitare accuratamente il cimitero, anche se per qualche motivo a me ignoto, avrei voluto rendere omaggio alla tomba dei suoi defunti genitori che riposavano proprio in quel campo santo. Confesso che avrei voluto vedere da vicino anche il terreno, perché desideravo sincerarmi che quell’erba fosse stata realmente calpestata, come credevo di aver visto, da piede umano, ma rimasi con questo dubbio.

“Se non ti dispiace Maverick, oggi dovrei assentarmi per un paio d’ore, tre al massimo. Ho necessità di recarmi in città per fare scorta di vettovaglie.” disse, ed io domandai a mia volta se servisse il mio aiuto, ma James declinò gentilmente dicendo che non era il caso di prendermi questo disturbo e che un ospite non dovrebbe disturbarsi con certe cose.  Convenni con lui che la cosa migliore per me era quella di aspettarlo a casa e di fare ciò che uno in vacanza dovrebbe fare, ovvero riposare, anche se iniziavo a sentirmi più come una presenza ostacolante che come ospite gradito. Non era e non è un comportamento molto consono alla mia indole, ma all’epoca accettai senza insistere; era chiaro che oltre all’approvvigionamento, James desiderasse stare solo per i suoi affari. Probabilmente era ancora dedito al gioco. Ancora una volta non dissi nulla e proseguimmo la nostra camminata sino alla porta d’ingresso dove prima di salutarmi mi domandò la curiosa cortesia di attenderlo in casa e di non uscire da solo in giardino.

Probabilmente notò l’espressione divertita e perplessa sul mio volto, dato che subito si adoperò nell’esprimere le sue scuse, ma non voleva che potesse capitarmi qualcosa stando all’esterno. Mi spiegò che la zona era ricca di paludi e che attorno al Loch, gli acquitrini non sono solo ricchi di torba, ma anche di animali che si erano avventurati laggiù e che ora giacevano sul fondo paludoso. Per l’ennesima volta, spiegò tutto questo incespicando nelle parole, sottolineando la lenta agonia della morte per asfissia dovuta ai polmoni che si riempiono di fango, quasi volesse terrorizzarmi di proposito. Aggiunse che nessuno avrebbe sentito le mie urla e che sarei morto in modo orribile. “Dannazione!” esclamai sforzandomi di sdrammatizzare con un sorriso “li rassicuri tutti così i tuoi ospiti?”, ma James, non replicò. Restando muto cercò di sorridere, ma l’espressione che produsse in volto fu qualcosa di grottesco e ben più spaventoso del suo mettermi in guardia dai pericoli della palude.

Poi, con un rapido saluto si allontanò per andare a tirare fuori il carretto dal recinto di legno ormai devastato dalle piogge e se ne andò.

Entrai in casa, ed è inutile dire che attesi con impazienza che James si allontanasse abbastanza per poter girare indisturbato alla ricerca di qualche indizio utile a farmi capire che cosa avessi visto la notte precedente. Si, il mio fu un atteggiamento inopportuno e ne aveva tutta l’apparenza. Avevo infatti il dubbio che qualcosa mi venisse nascosto di proposito e questo non fece altro che accrescere la mia curiosità. Camminai in lungo e in largo per il salotto alla ricerca di ritratti o di fotografie che giustificassero per qualche ragione, la presenza di un’altra persona (per quanto mi sembrasse assurdo), ma non trovai nulla.

Iniziai a dubitare di ciò che avevo visto la notte precedente e provai un’opprimente senso di angoscia, tanto che dovetti guardarmi alle spalle per paura che qualcuno fosse alle mie spalle mentre frugavo tra le cose del mio amico come un ladro. Poi i miei occhi caddero a terra, attratti da qualcosa di forma indefinita proprio sotto il grande specchio ovale ricco d’intarsi floreali appeso nel corridoio; era qualcosa di colore opaco che si confondeva con la luce spettrale che pareva essere un tratto peculiare di quella casa.

Mi avvicinai e guardai la mia immagine distorta nello specchio; era indubbiamente molto antico, macchiato qua e là di ruggine e dava l’impressione che non fosse mai stato pulito di recente. Tornai ad osservare quello che a terra aveva attirato la mia attenzione e mi chinai per osservarlo meglio. Non so se la prima percezione che ne ebbi fu di sconcerto o di orrore, ma mi ritrovai tra le mani una ciocca di capelli crespi, recisi con qualcosa di affilato, o forse strappati. Avevano poi, un colore innaturale, opaco, capelli morti da tempo insomma e indubbiamente di donna.

Lasciai cadere a terra quel macabro ritrovamento e strofinai le dita che li avevano toccati sui pantaloni. Mi alzai e mi diressi istintivamente verso il salone dove sapevo esserci più luce. Avevo bisogno di calmare il mio respiro ed il mio cuore e così mi sistemai sulla poltrona accanto alla finestra, ma quella casa, sembrava fatta apposta per far balzare i nervi. Dalla nebbia vidi spuntare le lapidi del cimitero e quella visuale mi obbligò ad alzarmi subito in piedi per trovare una sistemazione più rilassante altrove, ma fu vano. Ormai ero troppo teso e decisi di uscire di casa. Immaginai come potesse sentirsi James osservando ogni giorno, nella solitudine più completa, quel paesaggio macabro fuori dalle sue finestre. Immaginai la sua figura ingobbita gettare lo sguardo al di là dei veri, scrutando con orrore l’immobilità e la tristezza del luogo dove un giorno avrebbe dimorato per l’eternità. Le mie mani tremarono di fronte a tale visione e distrattamente feci quasi cadere una statuetta poggiata sul tavolino al centro del salotto. Respirai profondamente per calmarmi e cercai di distogliere i pensieri aggrappandomi alle rassicuranti vie colme di gente del centro di Londra, di Parigi, di Milano. Città che avevo recentemente visitato per lavoro. Mi fissai sulle vetrine dei negozi che avevano rapito la mia attenzione: botteghe di artigiani, sale da Tè, i bistrot, le case ricche di suoni e vita… e i loro viali desolati che correvano verso le periferie confluenti nel nulla e in viali alberati, case lontane. Case isolate. I cimiteri…

Passai le mani sul volto e mi stropicciai alquanto per scacciare di nuovo quei pensieri ossessivi e funerei, ma quando riaprii gli occhi e vidi tutto appannato, vidi prendere forma sempre più distinta la forma delle lapidi che spuntavano al di là delle finestre. Per un attimo fui sul punto di urlare, ma da uomo positivo quale sono, decisi di rassicurare il mio spirito sfidando quelle sensazioni orribili andando a visitare il luogo di sepoltura. Forse una meditazione tra le tombe, dove i morti riposano e non turbano più con le loro ossessioni terrene i vivi, avrei potuto trovare la pace che cercavo. Varcai il cancello che agonizzante urlò stridulo ad un cielo invisibile. A quel suono, alcuni corvi si alzarono in volo e atterrarono a pochi passi da me, giunti come ad un richiamo. Erano bestie nere più grosse di quanto avessi mai visto, ed iniziarono ad incutermi un certo timore. Scelsi di percorrere il vialetto opposto ed essi si dimenticarono della mia presenza che forse non li aveva mai nemmeno attirati e con passo svelto mi addentrai tra le lapidi e le croci. Malgrado il monito di James, sentivo che dovevo in qualche modo scaricare i nervi e lì attorno, per quanto funereo, il cimitero era l’unico luogo sicuro in cui camminare. Lì certamente non v’erano acquitrini e così non mi sentii più con il peso di disobbedire alla preghiera del mio amico.

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Mentre camminavo, ora lentamente, passavo in rassegna, laddove era possibile, i nomi dei defunti e constatai che molte di quelle persone portavano il cognome del mio amico. 

Probabilmente, pensai, si trattava del cimitero di famiglia, ma ben presto mi dovetti ricredere poiché percorrendo i vari vialetti sconnessi tra le lapidi mal riposte e curve, trovai una parte del cimitero dove le tombe erano molto più antiche, addirittura del 1600, e i nomi riportati sui marmi appartenevano alle famiglie più disparate: Murray, MacKey, Macintosh, Sutherland… li lessi tutti sino a che non mi accorsi della presenza di una tomba messa più in disparte delle altre che attirò la mia attenzione.  Avvicinandomi scostai l’edera riversa sopra l’epitaffio così che potei leggere il nome e l’epitaffio: Cassandra Stephenson, 1871. In memoria eterna.

Doveva essere l’anno di nascita, poiché altra data non era presente, e non v’era accanto nemmeno il trattino che avrebbe dovuto indicare la data della dipartita. Mi parve piuttosto curioso, a meno che anno di nascita e di morte non coincidessero; era quindi morta ventisei anni prima seguendo questo ragionamento. Poi una domanda mi balenò per la testa. Se fosse morta in tempi così recenti, avrebbe significato ben due cose: la prima, che questa doveva essere una parente di James e di cui io non ne sapevo nulla. Secondo, che poteva trattarsi di sua sorella. Strano, ma non impossibile in fondo che i genitori di James avessero avuto così tardi una bambina, quando lui aveva già quattordici anni. In ogni caso, se questa era la spiegazione più plausibile, io avrei conosciuto James esattamente sei anni dopo la morte di Cassandra Stephenson.

Ammetto che rimasi per un attimo turbato dal fatto che James non me ne avesse mai parlato, e così convenni che probabilmente, se fosse stata davvero sua sorella, non me ne aveva mai fatto cenno per qualche motivo a me ignoto e che forse, tale doveva restare. Forse qualcosa di oltraggioso era accaduto, qualcosa che doveva essere dimenticato. Ancora una volta la confusione si impossessò dei miei pensieri. Un segreto, se tale deve rimanere, non porta epitaffi, a meno che non si tratti di un ricordo che, malgrado tutto, sia impossibile rimuovere dalla memoria.

Parte Terza

Riuscii ad entrare in casa appena in tempo perché dalla finestra vidi giungere sul viale al di là del cancello il carretto di James. Quando entrò in casa mi trovò seduto accanto al camino con un libro sulle ginocchia e mi sentii un verme nel fingere che mi ero comportato secondo le sue richieste. Egli non mi salutò subito, mi squadrò da capo a piedi e rimase lì fermo a fissarmi.

“Hai bisogno di una mano per scaricare il carretto?” domandai, ma James scrollò la testa sorridendo tirato, come se fosse stato colto in flagrante mentre la sua mente era altrove.

“No amico mio. Me ne devo occupare personalmente. Che cosa hai fatto durante la mia assenza?”

“Ho letto questo libro.”

“Vedo che già hai letto parecchio.” rispose, e a quella affermazione rimasi rigido perché la sua voce conteneva una leggera nota di accusa. Non capii subito, poi fissai il tomo di trecento pagine e vidi che nella foga di farmi trovare in atteggiamento del tutto innocente lo avevo aperto a tre pagine dalla fine.

“Sì… già lo avevo letto tempo fa.” farfugliai.

“Certo.” concordò, ma era troppo serio ed attento su pensieri lontani per essere davvero concentrato su quel discorso.

La sua figura ingobbita barcollò sino a fermarsi a qualche passo da me e rimase in quella posizione guardandomi dall’alto verso il basso per alcuni secondi. Mi sentii come sotto minaccia, non so nemmeno io come spiegarlo, ma non avendo tenuto fede alla sua preghiera – dovrei chiamarla ossessione? – mi sentii come il cane che disobbedisce al padrone e che lo guarda con la testa bassa alzando a malapena gli occhi.

Decisi allora di sfidare il suo sguardo, cercando di non far trapelare alcuna emozione che avrebbe potuto mettermi in seria difficoltà e lui, lentamente, si infilò una mano in tasca. Mi scrutò con aria vigile, attenta, girando la testa di lato un poco per tenermi sotto tiro con la coda dell’occhio, per poi sbirciare velocemente il corridoio buio e tornare di nuovo su di me ancora una volta con quella sua espressione insonne.

“C’è una ragione… se ti ho chiesto di non uscire, Maverick.”

Il cuore mi saltò nel petto.

“Mi spiace James… io… mi annoiavo e…”

“Non farlo più.” disse senza attendere che avessi finito la frase.

“Ma…”

“Non farlo più. Mai più.” replicò con fermezza, ma con assoluta calma.

I suoi occhi azzurri, galleggianti in mezzo a quelle orbite nere si erano fatti fissi, quasi folli, e mi stavano intimando ora come mai avrebbero potuto fare altre parole.

Poi quella tensione si allentò di colpo, persino le sue spalle tornarono a spiovere nella giacca di una taglia più grande ed il suo volto si rilassò. Girò lentamente con il suo passo stanco verso da dove era venuto e scomparve dietro la porta.

Chiusi il libro e mi morsi le unghie, cosa che non facevo da anni. Ero nervoso, e mi ero comportato come uno stupido, per non parlare della pessima figura ricavata con il mio amico. Abbandonai il libro e mi alzai dalla poltrona, ma dopo qualche passo sentii provenire dalle mie scarpe un suono ruvido, come di qualcosa che si sgretola. Guardai verso i miei piedi e vidi il fango sulle mie scarpe che prima non avevo notato, e che ormai secco, si stava sbriciolando sul pavimento.

Sembrò non fosse mai accaduto nulla. A cena parlammo del più e del meno, e lui fu per tutta la serata la stessa persona con cui mi ero intrattenuto la sera prima. Parlammo a lungo dei miei genitori, migrati in Texas ormai mezzo secolo fa e tornati poi alla patria natia, in Inghilterra, dove nacqui ed ebbi in dono questo nome inusuale che proviene dalle colonie e che, da sempre, è motivo di scherno da parte di James e i nostri vecchi amici. Sì, quella sera era il solito James, tutto, in ogni dettaglio, ma poi accadde nuovamente qualcosa. Verso le 23:00, James iniziò a dare segni di irrequietudine. Non potei far finta di nulla questa volta e lo feci notare al mio amico.

“James, qualcosa ti turba? Non posso fare a meno di non notarlo. Ti sono amico e sarei ben felice di poterti aiutare nel caso in cui…” ma non mi lasciò finire il discorso.

“Cosa…? No no! Niente Maverick, niente, sono solo stanco.”

“Se preferisci possiamo ritirarci, anche io sono molto stanco. E’ talmente riposante questo posto…” dissi, senza pensarlo minimamente.

Egli mi fissò di colpo come se avessi esaudito il suo più grande desiderio e si alzò da tavola con un guizzo che non mi aspettavo.

“Rassetterò domattina.” Disse buttando il tovagliolo sul tavolo “Possiamo dunque ritirarci amico mio, la strada ormai la conosci.”

“Si, ma…”

“Nessun disturbo Maverick. Sei stanco, vai pure a dormire.” Continuò, senza lasciarmi il tempo di aggiungere altro ed uscì dalla sala da pranzo. Rimasi impietrito. Ascoltai i passi di James far ritorno e vidi che aveva in mano qualcosa.

“Tieni.” mi disse “Questa è la chiave della dispensa, in caso domani m-m-mattina ti alzassi tardi e volessi far co-colazione senza aspettarmi. Sai, dovrò svegliarmi m-molto presto e uscire. Non so quando potrò far ritorno. Ma o-ora.. è tardi. B-bene, direi che è tutto. Buonanotte amico mio.”

Mentre osservavo il mio amico salire le scale senza attendermi oltre, almeno per buona creanza decisi di ripulire un po’ il tavolo dagli avanzi della cena, così che mi attardai ancora di qualche minuto prima di salire nella mia stanza. Nel frattempo, tenevo la mente occupata, senza darmi pace, su tutta quanta la vicenda. Pensai addirittura che forse sarebbe stato saggio preparare il mio bagaglio e togliere il disturbo già l’indomani e far ritorno a Oxford, ma quest’idea, per quanto solo più tardi mi sarei reso conto che sarebbe stata la scelta migliore, non la presi più in considerazione.

C’era qualcosa di morboso in quella storia che mi attraeva e mi terrorizzava, tanto che per tutta la notte non riuscii a chiudere occhio. Fu meglio così, o peggio, dipende dai punti di vista, perché ad un certo punto, nella notte, qualcosa mi spinse a scendere da basso. Malgrado la casa fosse in qualche modo lugubre già di suo durante il giorno, nelle ore notturne lo era ancora di più, se non addirittura terrificante. Mi accertai che James non fosse sveglio, tesi quindi le orecchie alla ricerca di rumori come lo sfogliare di un libro, lo scricchiolio del pennino sulla carta o qualsiasi altro debole suono che avesse potuto indicarmi se stavo facendo la cosa giusta. Verificato che niente sembrava muoversi tra le mura, uscii dalla mia camera vestito di tutto punto, come se in fondo già meditassi di uscire anche di casa fosse stato necessario. Ma necessario per cosa? Ma soprattutto, perché girovagare per Stephenson Hall a quell’ora della notte? Cosa stavo cercando? D’un tratto mi venne in mente che in realtà non conoscevo minimamente le abitudini del mio amico. Per quanto potevo saperne avrei potuto trovarmelo davanti non appena scese le scale, oppure avrebbe potuto aprire una porta ed io me lo sarei ritrovato davanti senza saper quale scusa plausibile inventare.

Nonostante le infauste premesse, con la candela in mano, presi il corridoio e scesi lentamente le scale stando attento a non emettere il minimo rumore. Giunsi sino al piano terra e mi guardai attorno; l’ambiente era così spettrale che maledii immediatamente la mia idea di avventurarmi di notte per quella casa immensa, ma cercai di mantenere i nervi saldi e di proseguire.

Esattamente, dove, non sapevo.

Mi ritrovai così nel salone e vidi la luce della luna filtrare dalle grandi finestre. Feci ancora qualche passo e con molta attenzione guardai attorno a me come se d’un tratto avessi percepito la presenza di qualcosa di indefinibile che mi stava osservando. Deglutii e le mie mani iniziarono a tremare. Ero certo che quella sensazione fosse irrazionale e che ogni mia percezione nefasta fosse in realtà indotta dall’atmosfera sinistra che si respirava in ogni anfratto della villa.

Quando poi finalmente fui in grado di contenere la mia ansia, dovetti farmi forza per non urlare di terrore perché proprio davanti ai miei occhi, qualcosa apparve; una figura umana attraversò la mia strada lasciando dietro i suoi passi un gelo come non lo avevo mai provato prima. Era come un’ombra, e mano a mano che questa si allontanava da me senza degnarmi della minima attenzione, da trasparente divenne opaca e ne riconobbi il bianco delle vesti. Rimasi lì impietrito, senza potermi più muovere.

Era lei.

La seguii lentamente con lo sguardo, non potei fare altro e probabilmente non respirai per minuti interi, mentre lo spettro raggiungeva lo specchio ovale nel corridoio sino a sostarvi di fronte.

Potevo vedere nel pallido bagliore lunare il volto di una giovane esangue con grandi occhi insonni, e le labbra tese in un’espressione indecifrabile. Le sue vesti bianche viste da vicino sembravano strappate e sfilacciate come se quella donna avesse corso furiosa in mezzo a sterpaglie e rovi. Mi trovavo proprio alle sue spalle, a pochi passi, tanto da poter vedere il mio viso riflesso nello specchio insieme al suo e il bagliore della candela che reggevo in mano a fianco del suo volto triste. Ma io, nel mondo che lei poteva percepire, non esistevo, così che senza curarsi di me alzò lentamente le mani per toccare quel suo groviglio di capelli crespi districandoli con le dita. Il suo volto, che al principio era vacuo e fisso, iniziò a deformarsi in smorfie dolenti e la bocca a dilatarsi come se stesse urlando di dolore mentre con una mano strappava dalla sua testa una grossa ciocca di capelli crespi tanto da sembrare bruciati, lasciandola cadere a terra.

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Per un attimo il mio cuore tremò perché i nostri sguardi si erano incrociati, poco prima che i suoi occhi iniziassero a colare un liquido nero come una candela che si scioglie, ma ben presto mi resi conto che erano gli occhi stessi che si stavano sciogliendo come candele, lasciando al loro posto solo le orbite vuote e nere. La sua pelle si sgretolò sfogliandosi come la carta che brucia in un camino, a rinsecchire come fosse terra del deserto, e quella che inizialmente poteva sembrare addirittura il volto di una donna bellissima si trasformò in un’orribile maschera della morte. Osservai tutta quanta la scena riflessa nello specchio, immobile, incapace di muovere un solo muscolo malgrado il terrore che stavo provando fosse insostenibile. Poi quello spettro bianco iniziò a dissolversi così come l’avevo visto apparire. La sua bocca si dilatò per l’ultima volta in un grido privo di voce e scomparve lasciando di sé, della propria presenza, solamente quel macabro ciuffo di capelli crespi sul pavimento. Ebbi un fremito e improvvisamente fui libero. Potevo nuovamente muovermi e corsi via, imboccai le scale senza più curarmi del rumore che avrei prodotto e arrancai lungo il corridoio per poi chiudermi nella mia camera sbattendo la porta dietro di me.

Avevo ancora nel sangue il gelo percepito quando il fantasma mi era camminato accanto ed una disperazione infinita s’impossessò di me come se nessuna tristezza sino ad allora avesse mai scavato così a fondo della mia anima tanto da farmi sentire tutto quel dolore atroce. Caddi a terra in preda all’isteria sino a strisciare sotto lo scrittoio e lì vi rimasi a vegliare tutta la notte. Piansi, risi in preda all’isteria del terrore, tremai fino a battere i denti e poi – non so quando accadde, forse nelle prime ore dell’alba – i miei occhi si chiusero e caddi in un sonno senza sogni.

Parte Quarta

Sentii delle mani scorrere sul mio corpo gelido, tastarmi e rivoltarmi. Non ho un ricordo ben preciso di cosa accadde nei primi minuti in cui aprii gli occhi, so solo che vidi tutto sfuocato ed ogni osso mi doleva come se avessi sbattuto più volte a terra.

“Maverick! Mio Dio come ti senti?!” mi tuonò James nelle orecchie tirandomi su da terra. Ero fiacco, e non ero ben sicuro di trovarmi ancora all’interno della mia stanza. Fuori era buio e questo non mi rese semplice capire per quanto tempo fossi rimasto privo di sensi. James si affrettò a rispondere alle mie domande sconclusionate.

Sembrava molto preoccupato.

“Sono le 22:00 Maverick, devi essere svenuto oggi mentre ero fuori casa. Sei sicuro di farcela? Vuoi che ti accompagni dal medico?”

Cercai di fargli capire che non necessitavo di alcunché, ma solo di tranquillità. Avevo un mal di testa feroce attaccato alle tempie che si batteva e si dimenava senza permettermi di tenere gli occhi aperti. Mi aiutò a raggiungere il piano terra dove ci sistemammo sulle poltrone, ma capii di non essere abbastanza intontito da non capire che la sua agitazione era nuovamente insorta a causa dell’orario.

James mi parlò a lungo ed intesi solo verso la fine cosa mi stesse dicendo. Ero così scombussolato che ancora non mi ero reso conto di esser vestito dalla sera prima. Così mi sorse spontanea la domanda: per quanto tempo era stato fuori casa James se mi aveva ritrovato solamente alle 22:00? Glielo domandai, ormai non potevo più far finta di niente.

Ero stanco, stanco, sa solo Dio quanto.

Volevo andarmene al più presto da quella casa e sapevo che ormai avrei potuto farlo solo l’indomani. James s’irrigidì ed iniziò a balbettare qualcosa di incomprensibile.

“Sono vestito così da ieri sera, possibile che tu non ti sia reso conto che sono mancato per tutto il giorno?”

“Sono stato f-fuori tutto il giorno.. io.. no, non m-mi sono accorto di nulla..”

“James, è accaduto qualcosa di terribile ieri notte. Ecco perché sono svenuto! C’era una donna in questa casa, un’apparizione terrificante! E mentre scompariva sotto i miei occhi si è strappata una ciocca di capelli, e tu mi vuoi dire che non ne sai nulla?!”

James mi guardò alcuni istanti con gli occhi spalancati, fradicio di sudore prima di lasciarsi cadere sfinito sulla poltrona davanti alla mia. Si mise una mano sul volto e crollò.

“James.. perdonami, non volevo essere così aggressivo..” dissi, ma il mio amico si alzò in piedi guardando verso il soffitto. Era vigile, come se stesse ascoltando qualcosa che io non potevo udire.

“Taci. La senti…? Maverick, la senti?”

“Di cosa stai parlando James?”

Poi attesi qualche istante prima di pronunciare qualsiasi sillaba, perché volevo dar credito al mio amico che stessi al gioco. Pensai che fossimo finalmente giunti alla conclusione: la casa era infestata da uno spirito e questo stava facendo crollare i nervi del mio amico. Come biasimarlo? La mia stessa reazione era stata talmente violenta che quasi credetti di morirne di terrore. Tutto era ormai chiaro, pensai.

Invece la verità sembrò non voler esser pronunciata. Le sue parole, bisbigli, quasi isterici, si susseguirono senza lasciarmi fiato.

C’è qualcuno.. c’è qualcuno con noi in questa casa…

Lei cammina solo di notte…

E’ qui con noi, anche adesso..!

Sta per arrivare.

Lei cammina solo di notte. Solo di notte… di notte…!

Quelle parole mi si riversarono nell’anima e sentii una fitta alla schiena, il volto bruciare, le mani tremarmi. Confuso e terrorizzato, ma mai quanto la sera prima, domandai a James di spiegarmi tutto dall’inizio, anche se sapevo benissimo che il discorso sarebbe caduto su qualcosa che ormai avevo avuto modo di conoscere già.

“Lei vive qui. E’ in questa casa… forse è ella stessa questa casa.” mi disse infine, e conclusi che il senno ormai lo avesse abbandonato.

“Parli di Cassandra..?”

Mi uscì così, senza che avessi avuto modo di riflettere. Perché dissi proprio quel nome?

“L’hai vista.. hai visto la sua tomba!”

I miei occhi si spalancarono. Senza davvero conoscere nessun particolare rilevante, ero arrivato alla conclusione. Quello che avevo visto doveva essere lo spettro di Cassandra. Ma d’un tratto James disse qualcosa che creò una piccola crepa nella mia teoria. Non so dire se fu grazie alla tensione che era scemata, ma il mio amico riuscì a parlare tutto d’un fiato senza mai balbettare minimamente.

“Cassandra… immaginavo che prima o poi avresti trovato la sua tomba, sei sempre stato un tipo curioso. Lei era mia sorella. E’ sempre stata una persona solitaria e malinconica, “strana” la definivano tutti coloro che avevano avuto modo di conoscerla. Non parlava mai con nessuno. Rimaneva ore e ore a fissare qualcosa oltre la finestra con lo sguardo tipico di chi attende qualcosa con angoscia. Si aggirava per questa casa di notte, a volte senza nemmeno una candela. I domestici ne erano terrorizzati, tanto che dopo le 20:00 di sera già non era più possibile far affidamento su nessuno di loro. Uno ad uno gli inservienti se ne andarono via. Alcuni di loro ci accusarono dei loro malanni, ma soprattutto accusarono Cassandra di portare la sciagura su tutti quanti! Lei intanto aveva completamente smesso di parlare e chi le stava accanto non poteva che fuggirne via poiché il suo sguardo vacuo era insostenibile, era come se attraverso di esso la morte ti stesse guardando negli occhi!”

“Posso immaginare.” dissi, eppure non immaginavo proprio niente, perché lo avevo visto con i miei occhi e quello era un ricordo recente, non un parto della mia fantasia.

“Poi un giorno nostra madre morì, colpita da un male incurabile che i medici non seppero definire. Ci dissero solo che si era consumata dall’interno. Quel triste evento fu anticipato però da un evento piuttosto inquietante: la notte prima che nostra madre morisse, trovai Cassandra davanti allo specchio intenta a strapparsi una ciocca di capelli. Inorridito da quella visione le domandai cosa stesse facendo e cercai di scrollarla per le spalle perché pareva in stato catatonico. Per la prima volta dopo mesi udii nuovamente la sua voce e mi disse che la Banshee le aveva detto che presto saremmo stati colpiti da un lutto. Ricordo ancora quei giorni! Era notte quando mia madre morì, alle 23:00 esatte! E vidi per un istante riflesso nel vetro della finestra il volto di una vecchia donna, un’orribile visione, che la osservava con fare luttuoso. Quando spirò, udimmo nella notte le urla disperate che io imputai a quelle della Banshee. Si, proprio lei Maverick! La mia famiglia non aveva mai creduto a queste storie, ma dovetti arrendermi all’evidenza! Una terribile maledizione era caduta su di noi! Impotenti di fronte a questa terribile sciagura! Mio padre accusò Cassandra di aver in qualche modo evocato l’antico spirito della famiglia ed io…”

“Ti prego James! Adesso calmati! Continua.” lo interruppi cercando di calmarlo, ma aveva iniziato a piangere a dirotto, e ciò che ricordo delle sue parole non trovano modo di essere espresse o interpretato in altro modo in questo scritto se non attraverso il ricalco di ciò che la mia memoria ha ricordo di esse. 

“Mio padre voleva che io e mia sorella andassimo via da questa casa, ma per non lasciare lui solo, rimanemmo qui contro il suo volere. In realtà, mia sorella era più altrove che qui con noi… non so se puoi capirmi, così io decisi per lei. Dovevamo rimanere uniti. Ma nostro padre seguì il destino di nostra madre dopo non appena due settimane dalla sua sepoltura. La sera prima che egli morisse, Cassandra si era intrufolata nella mia stanza di notte. Mi svegliò e la trovai ai piedi del letto con in mano una ciocca di capelli… ancora! Fu allora che capii che qualcun altro sarebbe morto!

Il giorno seguente, fu proprio Cassandra a trovare nostro padre riverso a terra nel suo studio ed erano nuovamente le 23:00! Ricordo ancora gli occhi di mia sorella. Inespressivi, come se il cadavere di nostro padre fosse solo una burla. No! Nemmeno! Se fosse stato così sul suo volto sarebbe comparso almeno un ghigno, ma invece niente! Niente! Cassandra si limitò ad indicare silenziosamente il corpo di nostro padre ed uscì dalla stan… No! Mio Dio No!”

James s’irrigidì improvvisamente per il terrore indicando le mie spalle e vidi la sua bocca dilaniarsi in un grido folle di terrore. Girai su me stesso nel momento in cui la pendola segnava esattamente le 23:00; lo notai perché era accanto allo specchio ma, forse, non vidi ciò che gli occhi del mio povero amico stavano vedendo.

“James! Non c’è nulla!”

“Sono le 23:00! Dobbiamo andarcene da qui! Io non ho più dormito in questa casa la notte! Mai più da allora! Andiamo via da qui! Mi sta cercando! Sta venendo per me… manco solo io!” urlò, ed io, memore di quanto accaduto la notte precedente, presi il braccio di James e lo trascinai verso la porta. Dovevamo scappare da quella casa, andare via! Via da quel luogo maledetto dove la morte era preannunciata dal viso dell’innocenza.

Corremmo verso la l’uscio e tutto, in un attimo, mi fu chiaro: la porta chiusa a chiave la notte, l’apparizione notturna, il terrore per le ore 23 e la sua insonnia senza fine.

Uscimmo, e senza volerlo ci voltammo verso la facciata di Stephenson Hall, quasi volessimo fissare nella memoria un’ultima volta il ricordo di quell’orrore che in me era diventata un’ossessione morbosa e per il mio amico l’angoscia che torturava il suo cuore da anni.

Non so dire cosa mi spinse a farlo, ma il mio sguardo fu portato a guardare in alto, là dove doveva essere la finestra della mia camera da letto e ne notai una seconda accanto ad essa. Ero confuso poiché ricordavo perfettamente che il corridoio terminava proprio ad un passo dalla mia porta.
In quel momento capii.
Non chiedetemi per quale ragione al mondo la mia mente poté compiere uno sforzo tanto audace, ma compresi ogni cosa: al mio fianco c’era un assassino.
Approfittai dell’orrore ancora incandescente nei suoi occhi mentre mi incitava a fuggire via quando gli balzai addosso come una furia. Rotolammo sulla terra bagnata sino a scontrarci contro il cancello che ringhiò dalle sue fauci una terribile nota che già conoscevo bene.

Non c’era più nessuna Banshee, ma solo l’eterna dannazione dei sensi di colpa in una mente ormai al limite della follia. Era stato James ad evocare lo spettro di sua sorella perché tornasse dall’oltretomba. Sfruttai il suo stato confusionale, quasi catatonico nella paralisi del terrore, e mi sfilai la cintura con la quale legai le sue mani alla ringhiera di ferro. Poi, tornando in sé, cercò di dibattersi ma gli fu vano. Gli anni terrificanti che aveva vissuto lo avevano ormai debilitato abbastanza da permettermi di assicurarlo immobile affinché non potesse fuggire. Sentii le sue urla dietro di me invocare aiuto mentre correvo di nuovo verso la casa per entrare, ma non gli diedi peso. Egli era un assassino e presto sarei corso a chiamare la Scotland Yard.

Ma prima avevo altro da fare.

Corsi dentro la casa, risalii le scale con l’affanno, giunsi nel lungo corridoio per arrivare infine davanti a quella stanza che non c’era. C’era solo un muro. Posai la mano sulla tappezzeria e sentii che la mia mano poteva sprofondare all’interno. Premetti con tutta la mia forza e la carta si squarciò mentre il mio braccio la penetrava dall’altra parte. Strappai tutto quanto potei ed entrai all’interno della stanza dimenticata e buia. Dalla finestra la luna illuminava quanto necessario affinché potessi vedere al suo interno e lì, proprio nel gelido soffio lunare vidi la sagoma in controluce di Cassandra. Era di fronte a me, immobile come poteva esserlo solo uno spirito che attende le giuste parole per essere liberato dalle calunnie che solo il mondo dei mortali conosce.

“Cassandra…” sussurrai. L’ombra del suo volto si girò lentamente verso di me. Non chiedetemi, vi prego, dove trovai il coraggio di fare tutto ciò, poiché se ripenso a quel momento sento il ghiaccio infilzarsi nella mia carne. Lei si avvicinò a me e sentii la sua mano fredda sulla mia. Io non indugiai, sapevo che stavo facendo la cosa giusta. Avvertii sul palmo della mia mano che vi era stato posato qualcosa, ma chiusi gli occhi per non vedere ciò che temevo.

Non udii più nemmeno le urla di James. La calma era scesa su di me ed il mio cuore tornò a battere lieve. D’un tratto vidi solo il nero profondo di chi ha la sensibilità di percepire il passaggio dalla veglia al sonno. Tutto era passato. Finito. Quando poi riaprii gli occhi, mi ritrovai disteso accanto alla tomba di Cassandra senza sapere come vi fossi giunto. Era quasi giorno, ma il cielo era così nero che v’era appena la luce per scorgere la sagoma delle mie mani. In una di esse trovai una ciocca di capelli e capii che un altro era giunto al termine della sua vita mortale. Posai i capelli sulla tomba di Cassandra e meditai sulla follia che aveva reso suo fratello un assassino. La malattia per il gioco, i debiti. La paura della morte.

Aveva addossato ogni colpa alla sorella solamente perché diversa. Era arrivato ad ucciderla per mettere mano poi all’eredità di famiglia e sperperare ogni avere nel gioco. Ma i sensi di colpa, non possono essere cancellati semplicemente con il passare del tempo. James era impazzito. Il suono del cancello si era incarnato nel terribile urlo della Banshee, tornata – secondo lui – per punirlo di ciò che aveva fatto. In un certo qual modo fu così, poiché trovai più tardi James privo di vita così come lui stesso aveva preannunciato. Il suo cuore non aveva retto. Forse l’ultima cosa che dovevano aver visto i suoi occhi fu proprio Cassandra, tornata per reclamare la giusta vendetta.

Tutto era così terribilmente limpido e giusto che una lacrima cadde sul marmo sotto il quale riposava la sorella di quello che un tempo era stato mio amico.

Alzai gli occhi e quasi fosse stata una liberazione, piansi come di fronte a un addio e lessi: “Cassandra Stephenson, 1871 – 1897. In memoria eterna”.

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