Podcast: Il Teatro delle Ombre, rubrica del Salotto del Terrore
di: Massimo Mayde

Mi sono spesso occupato di casi piuttosto sinistri, bizzarri, alcuni realmente inspiegabili, ma purtroppo, soprattutto mi sono imbattuto in falsi molto ben confezionati.
Studiando questi casi, mi sono reso conto che a volte esiste un comune denominatore che accende un campanello d’allarme, qualcosa che mi fa dubitare sin dal principio.
Qualcosa che come si suol dire “suona male” o che non funziona.

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C’è un filo sottile che lega leggende metropolitane e verità, e spesso l’impossibilità di carpire i fatti reali è causato soprattutto dall’impossibilità di indagare su campo, al tempo delle vicende narrate o perché la situazione è semplicemente confusa.
In questa puntata vorrei portare la vostra attenzione su certi elementi che potrebbero esservi utili per capire come approcciare certe storie che in tempi del web 2.0 stanno letteralmente inondando la rete.
Ma andiamo per gradi, e iniziamo con la storia.
Prima però, è necessario fare una piccola premessa per spiegare che cos’è il Dibbuk.

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Secondo la tradizione ebraica, il Dibbuk è uno spirito maligno a cui è stata negata l’ascesa allo Sheòl, ovvero il regno dei morti ebraico e che, per questo motivo, vaga sulla terra spostandosi nei corpi dei viventi, che essi siano umani o animali. Il termine Dibbuk significa “attaccato”, che esprime particolarmente bene il comportamento di questo spirito che non mira alla possessione come fanno normalmente i demoni, ma restando attaccato come un parassita.
Interessante notare che il Dibbuk pare formarsi dalla mancata sepoltura del defunto e che questo, almeno in origine, si credeva si attaccasse all’anima di un malato provocandone il peggioramento e quindi la morte. Altre correnti dell’ebraismo, vedono la creazione del Dibbuk dall’anima di un bambino mai nato, ovvero come risultato di un aborto. In questo caso il Dibbuk è uno spirito maligno alla ricerca di un corpo in cui abitare senza però trovare mai pace.
Ci sono però delle caratteristiche che quest’anima persa cerca nelle sue vittime: esse devono avere sulla coscenza un grave peccato che funga da portale attraverso il quale passare per potersi aggrappare alla sua vittima. Cosa che tuttavia non sembra particolarmente difficile di questi tempi.
Una volta trovata la sua vittima, il Dibbuk si nasconde all’interno dell’anima ospite modificandone il comportamento, dando l’impressione che la persona colpita sia posseduta.
Per liberarsi da questo parassita è necessario eseguire dei rituali ben precisi: questi, sono descritti minuziosamente in libretti yiddish pubblicati a partire dal 1696 sino al 1904, quando viene pubblicato l’ultimo libro sull’argomento che tratta l’esorcismo di una donna, per opera del rabbino Ben-Zion Hazzan.

Questa è la storia della scatola in cui venne imprigionato il Dibbuk.
Nel 2004 appare su Ebay un oggetto molto particolare, una KUSFAT DYBBUK, ovvero la scatola del Dibbuk. Viene venduta ad un acquirente americano di San Louis. Ma che cosa c’era in questa scatola? Ecco l’elenco: due ciocche di capelli, una rosa essiccata, una tavoletta di marmo, un calice, una candela, due penny e ovviamente un vero Dibbuk.
La cosa viene presa alla leggera come spesso capita in queste situazioni e l’oggetto viene venduto per 280 dollari.
Affare concluso, tanti saluti e grazie.

Purtroppo però la scatola non è solo un oggetto bizzarro per collezionisti con il gusto del macabro, e vien quasi voglia di dire che “funziona”, tant’è che il proprietario che aveva acquistato la scatola da un certo Kevin Mannis su Ebay, restauratore di oggetti antichi, iniziò a sperimentare strani fenomeni sin dal primo giorno in cui l’oggetto aveva varcato la soglia di casa: luci intermittenti, lampadine fulminate, problemi di salute e piccoli incendi nell’appartamento. A fronte di questi spiacevoli inconvenienti, l’uomo tenta di restituire l’oggetto a chi glielo aveva venduto ma non vi fu più alcun modo di ricontattare l’ebayer.
Qui la storia si fa come al solito confusa. Si trovano infatti diverse informazioni, alcune suggeriscono che lo sfortunato abbia rimesso l’oggetto all’asta su Ebay, altre che ne sia venuto in contatto Jason Haxton, direttore del museo di medicina osteopatica di Kirksville sul quale si abbattè la stessa maledizione del predecessore. Per scongiurare definitivamente la maledizione, Jason Haxton avrebbe chiesto l’aiuto di certi rabbini chassidici, che tramite un esorcismo riuscirono a liberare la scatola dalla maledizione e a nasconderla in un luogo segreto.
Il rituale di liberazione, oggi, viene eseguito solo da ebrei chassidici, dove è presente un Ba’al Shem (che in ebraico significa il signore del nome) che tramite i suoi poteri tramandati di generazione in generazione, è l’unico in grado di scacciare il dibbuk, aiutato da altri 9 rabbini intenti nella lettura del salmo 91.

Già, ma la scatola? La Kusfat Dibbuk di questa storia si dice fosse appartenuta ad una donna di nome Havela che era riuscita a sopravvivere ai campi di sterminio in Polonia.
Havela si era trasferita in America subito sopo il conflitto, giungendo alla venerabile età di 103 anni vivendo una vita tranquilla, ma con una piccola ombra dietro di sé; per tutta la vita la donna aveva infatti custodito la scatola del dibbuk, ordinando ai suoi eredi che alla sua morte, essa venisse bruciata e sepolta con lei e che mai, in nessun caso, venisse aperta. Mai.
Cosa che non accadde. Secondo la ricostruzione dei testimoni, la scatola venne venduta come una comune scatola per il trasporto del vino e aperta da… Kevin Mannis.
Curioso notare come esista una versione dove è proprio Mannis ad acquistare la scatola su Ebay, mentre nella seconda versione è lui a liberarsene vendendola sempre sulla stessa piattaforma dopo aver avuto problemi di salute piuttosto seri che colpirono anche la madre, colta da un ictus. Senza contare che i famigliari di Mannis iniziarono a fare tutti lo stesso incubo per settimane.

Mannis, o chiunque egli fosse in realtà decide di liberarsi della scatola maledetta e la piazza su Ebay, dove un uomo la acquista finalmente dopo due anni, un certo Iosif Nietzke.
Perché così tanto tempo? Perché Mannis era stato piuttosto preciso nella sua descrizione, portando all’attenzione dell’acquirente che quella in oggetto era una vera scatola maledetta contenente lo spirito di un Dibbuk capace di provocare malattia, sofferenza e morte. Non c’è male se uno vuole liberarsi di un oggetto il prima possibile, no?

Ma a tutti i mali del mondo c’è sempre rimedio, e come sappiamo, Hollywood sembra avere delle antenne più sensibili di Echelon, perché nel 2012 esce il film The Possession, la cui trama parla, guarda caso, di un dibbuk imprigionato in una scatola di legno che però, sorpresa, contiene in realtà un’altro demone ebraico chiamato Abyzou, chiamata anche “ladra di bambini”

Ma veniamo ora a un paio di considerazioni, e qui mi ricollego alla premessa fatta all’inizio.
Ci sono delle domande che non trovano veramente risposta in tutta questa vicenda. La prima: per quale motivo i famigliari della donna che aveva custodito la scatola per quasi un secolo non hanno voluto rispettare il volere della defunta? Non si trattava di un oggetto di valore commerciale, quindi, per quale motivo non esaudire le ultime volontà di una cara vecchietta anche se magari un po’ bizzarre? Perché prendersi il disturbo di venderla?
Seconda domanda: se fossi tu ad avere in casa un vero oggetto maledetto, aspetteresti di vedere se i tuoi problemi vengono risolti da un’asta su ebay? Aspetteresti davvero due anni o proveresti a disfartene anche regalandola a, perché no, un museo ebraico? O meglio ancora, perchè non portarlo in discarica o dargli fuoco? Agli americani piace così tanto far esplodere le cose…

Questi sono i motivi per cui questa storia mi sembra priva di fondamento, orchestrata più che altro per incuriosire e preparare il pubblico alla prossima uscita del film.
Un caso analogo, che aveva coinvolto le aste su Ebay, è quello del quadro maledetto dipinto nel 1972 da Bill Stoneham e sul quale era stato raccontato di tutto, come ad esempio che i bambini ritratti nel quadro scendessero dallo stesso durante la notte e che… ma questa è un’altra storia.