Podcast: DeepBlack, rubrica del Salotto del Terrore
di Massimo Mayde

Considerato uno dei libri più belli nella storia della letteratura mondiale di tutti i tempi, l’Hypnerotomachia Poliphili è un’opera stampata a Venezia nell’anno 1499 presso la tipografia dell’umanista e editore Aldo Manuzio.
Il libro si trova sullo spartiacque tra la produzione libraria rinascimentale e quella moderna, ovvero tra il 1450 circa e il 1500, dove tutte le opere di questo periodo vengono chiamate INCUNABOLI. Si parla di prima ondata letteraria destinata alla grande distribuzione, prodotta quindi con metodi per le grandi tirature. Nemmeno a dirlo, in Italia non eravamo secondi a nessuno, nemmeno ai tedeschi che avevano da poco acquisito la stampa a caratteri mobili di cui Gutemberg fu il precursore ed inventore.
Ad oggi possiamo contare la sopravvivenza di circa 500.000 libri nati in questo periodo, di cui in Italia ne sono presenti attualmente più di un quinto. Se volessimo fare una stima approssimativa, in quasi 50 anni di storia che va dalla seconda metà del quindicesimo secolo sino all’anno 1500, sono state stampate circa 10 milioni di copie in tutta Europa, di cui però oggi, ne sopravvive solo una ventesima parte.
Le guerre, l’inquisizione, la censura di secoli hanno prodotto questo scempio che purtroppo, molto difficilmente potrà portare alla luce edizioni perdute dal passato, anche se ogni tanto qualcuno ritrova in soffitta libri dimenticati, lasciti di collezioni ancesrali e dal valore immenso.

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In mezzo a questi libri, viene alla luce nel 1499 l’Hypnerotomachia Poliphili, un anno prima che il mercato dei libri esplodesse nuovamente, portando a un livello superiore la produzione letteraria mondiale. Ma questo libro non è famoso solo per la sua bellezza, per le xilografie che contiene (ben 170) e per il carattere tipografico chiamato BREMBO che fu appositamente creato per la sua realizzazione.
Il libro è un vero mistero e tra poco vi spiegherò perchè.

Sfogliando le sue 455 pagine, addentrandoci all’interno dei 38 capitoli, noteremmo qualcosa che all’epoca era completamente sconosciuto. Le immagini sono un tutt’uno con la narrazione e Manuzio introduce la caratteristica delle illustrazioni sequenziali sulle facciate di sinistra e di destra, dove in alcuni passi, possiamo vedere ad esempio una carovana muoversi letteralmente da sinistra verso destra, mentre il testo che le accompagna, incornicia perfettamente ogni xilografia, arrivando a formare solo con l’uso del carattere, sagome vere e proprie nella rappresentazione di vasi, colonne e coppe. Questo divenne ben presto uno dei tratti distintivi dell’arte tipografica di Aldo Manuzio, che è bene ricordare, è considerato il padre dell’editoria moderna.

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Ma si parlava di un mistero, ebbene, la storia che c’è dietro questo libro è molto strana, a partire dal suo autore che non è mai stato realmente identificato. C’è chi ha avanzato l’ipotesi che il libro sia stato scritto da Aldo Manuzio in persona, altri dicono di ravvisarvi lo stile di Leon Battista Alberti, figura enigmatica del rinascimento per le sue doti poliedriche in diverse discipline. Egli era infatti scrittore, matematico, crittografo, architetto, musicista, filosofo e musico. Morì nel 1472, ovvero 27 anni prima della pubblicazione dell’Hypnerotomachia Poliphili, e questo non sembra renderlo il candidato favorito, anche se non è impossibile una pubblicazione postuma.
Altro celebre sospetto autore del libro fu Lorenzo de’ Medici, che credo non abbia bisogno di alcuna presentazione. Plausibile? Forse.
E poi abbiamo un nome che a molti dirà davvero poco, ovvero Francesco Colonna, frate domenicano vissuto a Venezia proprio nel periodo giusto, tra il 1433 e il 1527.
Forse il candidato ideale, ma adesso li analizzeremo uno ad uno.

Intanto di che cosa si parla nell’Hypnerotomachia Poliphili?
Va subito detto che non si tratta di un’opera di facile comprensione malgrado tutto il libro sia scritto in italiano con qualche citazione in latino, ebraico, greco e arabo. La trama, se così vogliamo chiamarla, parla dell’amore di Poliphilo per la sua Polia. Fermi tutti. E’ bene precisare che Poliphilo dal greco significa “colui che ama la moltitudine”, mentre Polia, significa “moltitudine”. L’amore tra i due sembra quindi essere la verbalizzazione del cerchio o del serpente alchemico (quello che divora sé stesso partendo dalla coda). Alchimia quindi? Sì. L’Hyponerotomachia Poliphili è un viaggio iniziatico, che porta Poliphilo a intraprendere un viaggio alla ricerca della sua amata, il tutto, passando attraverso luoghi onirici, apparentemente fantastici e che oggi definiremmo “fantasy”. Solo che qui non ci sono gnomi e elfi, ma un viaggio iniziatico attraverso la trasmutazione. Poliphilo si addormenta e si risveglia in un mondo incantato, popolato da splendide fanciulle, draghi e architetture mai viste prima. Ma sembra un mondo spaventoso per quanto fiabesco, e la sua Polia non c’è. Fugge via allora, e facendolo, attraversa nei suoi sogni mondi sempre più strani, ma scopre che questo sogno è il sogno di sé stesso che sogna. Qui delle ninfe lo portano al cospetto di una non meglio identificata regina, dove dichiarerà a lei il suo amore per Polia. Verrà portato davanti a tre porte dietro una delle quali si cela la sua amata. I due finalmente uniti, iniziano un viaggio attraverso l’isola di Citèra, accompagnati da Cupido su di una nave. Ogni loro gesto è accompagnato da processioni trionfali, ma poi accade qualcosa. La narrazione si interrompe e inizia a parlare Polia che narra il tutto visto dai suoi occhi per poi ritornare tutto nelle parole di Poliphilo che a questo punto vede l’unione con la sua amata benedetto da Venere in persona. Sembra tutto finito e invece, all’improvviso, Poliphilo si sveglia e Polia si dissolve, proprio come in un sogno.

Ebbene, chi ha un po’ di dimestichezza con l’alchimia e i riti iniziatici, avrà sicuramente ravvisato qualche elemento cardine, come la fusione tra l’uomo e la donna, che per qualche motivo continua a sfuggire sino al raggiungimento del perfetto equilibrio tra gli elementi. Vedrà che stranamente compaiono Cupido e Venere, Déi pagani usati soprattutto per velare certi concetti che la censura non avrebbe perdonato. Abbiamo il simbolismo magico del TRE. Abbiamo il sogno nel sogno, elemento che verrà poi sfruttato in alchimia nel libro “Trasmutatione metallica, in sogni tre” di Giovan Battista Nazari del 1572, dove compaiono illustrazioni curiosamente oniriche come nell’Hypnerotomachia Poliphili. Troviamo ad esempio un asino che suona il flauto, seduto, mentre attorno a lui danzano in cerchio 11 homunculus (nome che viene dalla personale ricetta di Paracelso per la creazione di un piccolo uomo per mezzo dell’alchimia). Infine, Poliphilo è dichiaratamente pagano. Lo si deduce dalla preghiera presente al quindicesimo canto, dove fa riferimento a Giove chiamandolo Diespiter, come veniva chiamato dai sacerdoti dell’antica Roma.

Che sia dunque un trattato alchemico filosofico codificato sotto forma di narrazione fantastica? Può essere, anzi quasi sicuramente si tratta proprio di un’opera costruita su punti cardine di conoscenze occulte non propriamente apprezzate dalla censura, ma tutto ciò che il libro rischiò fu quello di essere censurato per il carattere troppo libertino e quindi scandaloso che permeava tutta l’opera. Pochi decenni più tardi, il libro rischiò inoltre di essere messo all’indice dei libri proibiti, ma ancora una volta, il libro scampò alla damnatio memorie così come il suo autore più accreditato, Francesco Colonna, proprio per sconcezze contenute nei suoi scritti.

Come detto prima, l’autore rimane ancora un mistero nel mistero, poiché esistono diversi candidati e prima ne abbiamo citati solo alcuni.
Aldo Manuzio, lo stampatore, che a quanto pare era sì un erudito, ma di cui, allo stesso tempo, non abbiamo alcuna prova certa che si dilettasse anche di alchimia. Di certo c’è da dire che Manuzio non amava particolarmente la censura che aveva già deturpato alcune delle sue opere precedenti, come il Decameron di Boccaccio, di cui però non ebbe l’editio princes assoluta (ovvero la prima edizione). Sappiamo quindi che avrebbe potuto stampare un’apparente innocua novella che invece si rivelava essere tutt’altro.
Lorenzo de’ Medici avrebbe potuto scrivere una storia di questo tipo? Sappiamo che il Magnifico si dilettava con le arti, tra cui il canto e la poesia, ma sarebbe mai stato capace di scrivere un’opera del genere? Morì nel 1492, sette anni prima della pubblicazione dell’Hypnerotomachia. Era un alchimista? Molto improbabile. Lorenzo de’ Medici era più attratto dall’arte che dagli studi sull’occulto, ma… mai dire mai.

Leon Battista Alberti potrebbe essere un ottimo candidato, anche se l’opera sarebbe uscita postuma di parecchi anni. Perché un ottimo candidato? Il libro è scritto in italiano, cosa inusuale per l’epoca dove i letterati preferivano scrivere in latino, ma Alberti era particolarmente attratto dall’italiano volgare che gli preferiva. Era inoltre un matematico e un vero esperto di crittografia, arti che lo avrebbe certamente aiutato nella stesura del libro. Mettiamoci poi le sue conoscenze in ambito architettonico e potremmo trovare una valida risposta alle strane simbologie e architetture fuori dal normale presenti nel libro sotto forma di xilografie.
Supposizioni, tutto potrebbe inoltre esser stato concepito da un’attenta sinergia di più parti, certo, ma poi viene fuori il nome di Francesco Colonna.
Chi è costui? Il nome direbbe proprio poco se non fosse che nel testo compare un acrostico, ovvero, un messaggio cifrato che si compone prendendo le iniziali di ogni capitolo dell’Hypnerotomachia, che mettendole in sequenza, queste formano una frase: PoliamFraterFranciscusColumnaperamavit, ovvero “Fra Francesco Colonna amò intensamente Polia”. E’ solo un caso? Il frate veneziano è dunque l’autore dell’Hypnerotomachia Poliphili?

Ci sono poi dei collegamenti curiosi che riportano l’Hypnerotomachia a un luogo dell’Umbria, denominato Scarzuola, a Montegabbione in provincia di Terni. Questo luogo, che mi è stato suggerito da Guglielmo, merita di essere visitato. Sede di un antico convento dove pare sia passato San Francesco d’Assisi, è località conosciuta soprattutto per la città-teatro, concepita come “città ideale” dall’architetto milanese Tomaso Buzzi che acquistò il terreno nel 1957 per farvi edificare una villa dalle mura incantate.
Ma che cosa centra il libro oggetto di questa puntata con Scarzuola? Ebbene, l’architetto progettò le mura di questa villa basandosi su concetti alchemici e massonici, dal forte impatto visivo, con sentieri di pietra che permettono di attraversare elementi architettonici fuori da ogni concetto di reale fruibilità, tra cui spirali di pietra, simbologie ermetiche e chiari riferimenti alle illustrazioni che compaiono nell’Hypnerotomachia Poliphili, tra cui un sentiero che termina di fronte a tre porte che conducono a quelle che potremmo definire diverse concezioni del sé. Un parallelismo che troviamo con il libro quando Poliphilo si trova di fronte alle stesse tre porte, una delle quali lo porterà a trovare la sua Polia. La città ideale, insomma, quella descritta dall’autore del libro, che si tratti di Colonna, Manuzio, Alberti, o Pico della Mirandola (si, qualcuno parla anche di un suo coinvolgimento) è quella dove si può camminare attraverso un percorso iniziatico ricco di simbologie e archetipi (concetto ripreso nel secolo scorso da Carl Gustav Jung) dove possiamo trovare templi in rovina, fontane, obelischi trasportati da animali di pietra, iscrizioni criptiche, giardini dai quali spuntano piramidi e così via. Un luogo non per il corpo ma per la mente o forse l’anima. O meglio ancora, per l’io più profondo.
Un luogo che ammutolisce il visitatore, che impone l’osservazione e l’introspezione.
Qualcosa di molto simile, lo troviamo anche nel bosco di Bomarzo, spostandoci questa volta in quel di Viterbo, ma qui l’effetto è completamente differente. Qui accade che l’introspezione lascia spazio allo stupore.

Quindi, se desiderate addentrarvi in un viaqgio iniziatico, onirico, fatto di quegli elementi che possono parlarvi attraverso le immagini, non avete altro da fare che addentrarvi in questo libro e seguire gli indizi sparsi che vi porteranno un po’ ovunque nel mondo ad incontrare il vostro io più profondo.
Festina lente. Affrettati lentamente, ricorda Manuzio.

Se volete cimentarvi nella decodifica dell’Hypnerotomachia Poliphili, uno dei libri più enigmatici del mondo, siete i benvenuti.
Cercatelo su internet, troverete diverse edizioni pronte per essere studiate, tra cui la riproduzione esatta, realizzata a mano, da www.libriproibiti.com