I vittoriani e la morte

i vittoriani e la morte

Nella vecchia Inghilterra, si sa, erano tutti un po’ bizzarri e il rapporto dei vittoriani con la morte a volte sfiorava il grottesco. A iniziare proprio dalla loro sovrana, la Regina Vittoria, imperatrice non solo del Regno Unito e di tutte le colonie annesse, ma anche regina indiscussa per quanto concerne il gusto del macabro. Una donna dallo sguardo austero e distaccato che incuteva timore non solo per le centinaia di cariche che ricopriva sin dal giorno della sua incoronazione, ma anche per via di certi cerimoniali che impose a tutta la sua corte dal giorno della dipartita del suo consorte, il principe Alberto, morto il 14 dicembre 1861 di cancro ai polmoni. Il lutto per la morte del marito la congelò in uno stato di lutto perenne, tanto che non vestì mai più con abiti che non fossero neri come la notte. Stessa sorte toccò alle dame di corte e a tutte le nobil donne che frequentavano il trono d’Inghilterra, definendo di conseguenza lo stile “vittoriano”, ricco di pizzi e gonne nere, uno stile ancora oggi molto apprezzato tra coloro che sfoggiano un look dark gotico.

Ma la Regina Vittoria non si limitava solo a questa stravaganza portata avanti sino al suo ultimo giorno in terra, il 22 gennaio 1901. Ella infatti, impose che venisse sempre apparecchiato per il pranzo e la cena anche al suo defunto marito e che le sue stanze non fossero mai più toccate e chiuse a chiave, affinché venisse preservato intatto l’ultimo luogo che suo marito Alberto aveva visto in vita.

Ben presto il lutto eterno della regina Vittoria venne matabolizato anche dai suoi sudditi che per non essere da meno, iniziarono a portare all’estremo quello che, dopo tutto, è insito già nella loro indole e che rende sempre tutto così deliziosamente british, anche le cose più macabre.

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Ad esempio, sapete che i più ricchi, durante i funerali dei cari estinti, assumevano delle “controfigure” rassomiglianti al morto di turno per starsene in piedi e in silenzio con aria funerea accanto alla bara? Erano i “muti” (the mutes). Vestivano completamente di nero, ovviamente, con un drappo dello stesso colore avvolto tutto intorno che li impacchettava per bene. Per farsi riconoscere, visto che ancora non bastava, reggevano in mano un vessillo nero. L’effetto era particolarmente grazioso. I muti dovevano starsene letteralmente impalati in quella posizione composta accanto alla bara, sino a quando non si sarebbe mosso il feretro, che avrebbero dovuto accompagnare con passo solenne sino al luogo di sepoltura.

Che dire poi di queste ultime? Le tombe erano vere e proprie ammucchiate selvagge, specie in tempo di epidemie quando lo spazio scarseggiava e i corpi venivano ammassati anche l’uno sopra l’altro. Avete mai fatto caso a quelle tombe con più di un nome inciso sopra nelle quali è molto facile imbattersi in Inghilterra? Ecco, ora sapete perché. Questo era comunque il destino delle persone più povere ovviamente, dato che la ricca borghesia potevano permettersi molto più spazio per un riposo eterno molto più confortevole.

Ma il podio del macabro e del grottesco lo vince una categoria di lavoratori molto particolare: il “coffin piercer”, ovvero, il traforatore di bare. Una figura professionale che oggi purtroppo non esiste più come tanti antichi mestieri, e questo bel tipo qui la sapeva davvero lunga, lasciatevelo dire. Il suo lavoro consisteva nell’introdurre un bastone nel terreno per saggiare la posizione della bara, la sua consistenza e il suo possibile rigonfiamento. Fatto ciò, introduceva una picca nel terreno (se necessario), e con la precisione di un chirurgo praticava una laparoscopia alla cieca perforando la bara per farne uscire i gas potenzialmente pericolosi; non sono rari i casi di bare poco solide esplose sotto la pressione dei gas della putrefazione che facevano rovesciare le lapidi o che provocavano quegli strani rigonfiamenti del terreno che vediamo ancora oggi in certi cimiteri. Ma niente paura, il professionista trapanatore di bare, sistemava tutto prima che tutto ciò potesse accadere, ma non sempre con esiti positivi e, alla fine dell’operazione, degustava anche l’effluvio che ne fuoriusciva come un vero sommelier. L’operatore, asseriva infatti di essere in grado di dire a quale stadio era giunta la fermentazione del cadavere. Come stappare una bottiglia, di quello buono però. Certo, ma a volte non finiva proprio così bene, e se il Coffin-piercer non era un vero maestro del settore, spesso finiva male: tra bare esplose all’improvviso, scintille di una picconata male assestata e sigarette dimenticate accese, il passo dall’essere un professionista del settore a diventarne IL cliente, il passo era breve.

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Una citazione bonus è d’obbligo e molti di voi già lo sapranno, ma proprio all’epoca vittoriana dobbiamo gli splendidi album fotografici dei morti. Veri e propri archivi da conservare e sfogliare con affetto nelle fosche notti invernali a lume di candela, per dare uno sguardo al viso del proprio caro nel letto di morte o direttamente nella sua bara. Ma come per tutte le cose esistono i perfezionisti, i palati fini, quelli che non si accontentano mai e che vogliono sempre quel qualcosa in più. Ecco allora che entrano in scena i fotografi più virtuosi, dotati della strumentazione adatta a reggere il corpo del morto in posizione eretta piuttosto che seduta, dando allo scatto fotografico tutto un altro sapore.

Come sempre, tutto molto deliziosamente british.

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