L’incidente del passo Dyatlov

/ Ottobre 16, 2018/ I Dossier del Dharma Project

E’ il 23 Gennaio 1959 e dall’ oblast di Sverdlovsk, a est dei Monti Urali, un gruppo di 10 amici si prepara a partire per un’escursione di 14 giorni, alla volta del monte Otorten.

Sono tutti ragazzi giovani, tra i 20 ed i 38 anni, escursionisti esperti e ben attrezzati. Convinti delle loro capacità e dell’equipaggiamento moderno, decidono di percorrere una via che, per la sua struttura e per le condizioni meteo, è classificata come “Categoria III”, la più difficile e pericolosa.

Il 24 Gennaio, con il treno n. 43 arrivano a Serov, dove si fermano a causa di alcuni problemi con la polizia locale; ripartono ancora in treno il giorno successivo per Ivdel, da dove prendono un autobus per Vizhay. Da lì, un camion sposta il gruppo verso la comunità di taglialegna conosciuta come “Insediamento 41”, dove affittano alcune slitte per percorrere 24 km verso un altro insediamento abbandonato, il Nord-2.

Il 28 gennaio Yuri Yudin abbandona, suo malgrado, la spedizione a causa di un problema al nervo sciatico.

Solo successivamente scoprirà di essere un vero miracolato.

Il gruppo continua sugli sci da Lozva verso il fiume Auspiya, dove piantano le tende per circa 2 giorni e lasciano provviste e materiale non necessario, in previsione della successiva ascesa.

Il 1° Febbraio partono in ritardo, spostandosi di circa 500 metri dal percorso stabilito, piantando nuovamente le tende a nord del monte Kholat Syakhl, a 16 km dal punto di arrivo stabilito.

Si accamparo e cenano, tra le 6 e le 7 di sera.

Il loro mancato arrivo nella città di Vizhay per il 12 Febbraio non desta particolari sospetti; ritardi di quel genere erano piuttosto comuni a quei tempi.

Ma il 21 Febbraio, quando ancora nessuno del gruppo si presenta, le autorità decidono di organizzare delle squadre di ricerca composte da civili, militari e membri della comunità Mansi, la comunità indigena uralica, per battere l’area e capire cosa sia successo.

Il 26 Febbraio viene ritrovato ciò che resta dell’accampamento; le tende sono schiacciate dalla neve e presentano delle curiose lacerazioni dall’interno, stando ad indicare che probabilmente gli occupanti le squarciarono da dentro per dare il via ad una fuga precipitosa. Stranamente, all’interno delle tende, erano presenti gli abiti che in quegli stessi giorni erano stati usati da alcuni membri del gruppo per proteggersi dal freddo.

Dall’accampamento si staccano, per circa 500 m, alcune file di impronte che furono poi coperte dalla neve; inseguendo queste impronte, che portano in direzione di un vecchio cedro, vengono trovati i corpi senza vita di Yuri Krivoshenko e Yuri Doroshenko, entrambi sprovvisti di scarpe e vestiti adeguati ad affrontare quel clima.

Tra il 27 Febbraio ed il 5 Marzo vengono ritrovati i corpi di Igor Dyatlov, Zinaida Kolmogorova e Rustem Slobodin per i quali il medico legale ipotizza, data l’assenza di ferite gravi, la morte per ipotermia. Slobodin presenta un lieve trauma cranico, comunque non sufficiente a provocarne il decesso. La ricerca dei 4 elementi mancanti del gruppo avrebbe richiesto altri 2 mesi di tempo. Finalmente, il 5 Maggio, si concludono le ricerche.

In un canalone alle spalle del cedro, sotto 4 metri di neve, vengono ritrovati i corpi di Lyudmila Dubinina, Alexander Kolevatov, Seymon Zolotaryov e Nikolai Thibeaux-Brignolles. 

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I 4 sono meglio vestiti rispetto ai precedenti e dai rilievi sembra che gli ultimi a morire indossino i vestiti di quelli morti prima; probabilmente un disperato tentativo di combattere la morsa del freddo.

Un’ ulteriore particolarità sono le ferite riportate, questa volta letali: Thibeaux-Brignolles riporta serie fratture al cranio mentre Zolotaryov e Dubinina svariate costole rotte. A Dubinina, inoltre, manca la lingua.

Le parole del Dott. Boris Vozrozhdenny in merito sono chiare: per produrre quel genere di ferite serve una forza impressionante, paragonabile a quella di un incidente stradale.

E qua, dove finisce la storia di questi 9 ragazzi, comincia quella dell’Incidente del Passo Djatlov, anche per mano di Lev Ivanov, Giudice della procura penale della regione di Sverdlovsk, che chiudendo il suo rapporto scrive:

Considerando l’assenza di lesioni esterne ai corpi o segni di combattimento, la presenza di tutti gli oggetti di valore del gruppo, e anche tenendo conto della conclusione degli esami medici per le cause delle morti degli escursionisti, si conclude che la causa della loro fine fu una forza travolgente, che i escursionisti stessi non furono in grado di combattere.”

Servono mediamente 2 giorni perchè i corpi si scongelino e siano pronti per gli esami autoptici. Molte delle ferite presenti possono essere ricondotte a colpi e brusche cadute sul terreno e la colorazione dei corpi alle temperature estreme circostanti.

Ció non di meno, a distanza di quasi 60 anni ancora non esiste una spiegazione ufficiale, sufficiente a razionalizzare quanto successo.

Negli anni molte sono le teorie che si sono sviluppate, alcune delle quali piuttosto fantasiose, ma sensate se correttamente contestualizzate.

Perchè alcuni dei membri non si coprirono adeguatamente prima di uscire dalla tenda? Era veramente necessaria una fuga così precipitosa?

Le foto e i diari ritrovati possono essere utili, oggi, per fornire qualche spiegazione?

Per quale motivo mancano una lingua e dei bulbi oculari? Possono essere dei trofei di caccia?

Gli alti livelli di radiazione, rilevati su alcuni corpi, sono in qualche modo correlati alle morti?

Queste sono solo alcune delle domande che circolano attorno al caso; domande che non hanno mai avuto una risposta unica e chiara ma che hanno il pregio di avere sullo sfondo un monte dal nome inquietante, il Kholat Syakhl, che in lingua Mansi significa “Montagna Morta”.

Puoi ascoltare questo dossier nel podcast qui sotto

Dossier redatto da: Gianluca Gerunda – The Lone Gunman

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