Il Verme Bianco (audioracconto)

Il Verme Bianco (audioracconto)

Agorafobia – Il Verme Bianco, di Massimo Mayde, letto da Lorenzo Pieri Massimo MaydeScrittore, bibliofilo, pianista/chitarrista blues, “scienziato pazzo”. Indagatore del mistero e co-fondatore del Dharma Project, gruppo di ricerca nel campo del mistero e dell’inspiegabile. Podcaster, curatore e produttore del Salotto del Terrore su Spreaker e Youtube. www.massimomayde.it

Cassandra

Cassandra

Parte Prima Stephenson Hall sorgeva poco a nord del Loch Ness nella sonnolenta campagna di Inverness. Vuota e silenziosa, colma solo della calma e del respiro dell’unica persona che vi abitava. Isolata dal mondo e perennemente avvolta dal rilucente bagliore delle nebbie, risultava all’osservatore come un luogo ormai lasciato all’abbandono; sensazione fugata dal prato incolto, quasi selvaggio, e dalla perenne oscurità che regnava al di là dei vetri delle finestre opache (per non dire sudice), dal suono sinistro del cancello e dall’insolita presenza di corvi appollaiati sui rami degli alberi torvi che dovevano essere ormai morti da tempo. Un vialetto che quasi aveva perso qualunque connotato di tale servizio, era ridotto ad una sequenza di ossa

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Quando inizia la notte

Quando inizia la notte

Siamo propensi a credere che tutto ciò che risulta inesplorato sia proscritto alle forme inespresse della fantasia umana ma, a volte, tutto quello che sembra inoffensivo, comune, o addirittura banale, può diventare la fonte di un incubo. Dico ciò con cognizione di causa dato che sto per raccontare quello che ha turbato le mie notti per lunghe settimane e che in apparenza, potrebbe addirittura sembrare puerile. Ebbene, lasciatemi dissentire. Non esiste la benché minima ragione nel terrore, ma puro istinto. Giudichiamo per caso le fobie più strane e inconsistenti degli individui? Proviamo forse a far salire un uomo che soffre di vertigini in cima ad uno strapiombo obbligandolo a guardare al di sotto solo per provare

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La lettera – di Massimo Mayde

La lettera – di Massimo Mayde

Perdona il colore acceso di questa mia, ma non dispongo di inchiostro e penna. Ho solo questo punteruolo rubato, capace unicamente di farmi sentire più profondamente il dolore quando immergo la sua punta nel rosso e macabro calamaio che io divengo. Tu eri la speranza che non ho mai osato chiedere neppure nelle mie più atee preghiere. Da tempo, nel mio mondo, non esiste più il sole. Ma anche qui dove la luce non c’è, ogni cosa che vedo se chiudo gli occhi, è solo il miraggio soffice di una notte ormai lontana che soffia fresche brezze di primavera nel mio perenne inverno. Dove i ricordi di te fioriscono in me, la luce vacua della Luna

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La Dama Bianca

La Dama Bianca

Vidi che tarda s’era fatta la notte cupa ed uno sforbiciare d’ali batté le finestre un minuto appresso. S’era unita al sogno una strana figura che, guidando i miei passi stanchi, s’insinuò come viscere contorte alla paura, dando poi un battito in più al mio cuore insonne; diressi il mio sguardo all’orologio che mi rispose con un cenno ed io mi fidai di quelle cantilene funebri che fuori udivo usando come metronomo il mio antico scrigno del tempo. Ma nel buio estremo, la mia gola rantolò di un singhiozzo sconosciuto e fu come se fossi stato cinto da demoni ed incubi datisi colloquio in quel giardino di mezzanotte. I rami s’unirono al mio borboglio veemente, ma

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