\La lettera - Massimo Mayde

Perdona il colore acceso di questa mia, ma non dispongo di inchiostro e penna. Ho solo questo punteruolo rubato, capace unicamente di farmi sentire più profondamente il dolore quando immergo la sua punta nel rosso e macabro calamaio che io divengo.

Tu eri la speranza che non ho mai osato chiedere neppure nelle mie più atee preghiere.

Da tempo, nel mio mondo, non esiste più il sole.

Ma anche qui dove la luce non c’è, ogni cosa che vedo se chiudo gli occhi, è solo il miraggio soffice di una notte ormai lontana che soffia fresche brezze di primavera nel mio perenne inverno.

Dove i ricordi di te fioriscono in me, la luce vacua della Luna che scioglie le mie pupille, la mia carne e che rende il mio ringhio come quello di una bestia selvaggia, diviene un sogno colmo di pace.

Per questo, tu, devi sapere la verità, ma non devi pregare adesso. Né mai.

Non devi temermi, anche se domani, tutto ciò non avrà più senso perché troppo tardi sorgerà il sole sulla mia debole speranza. Con il nuovo giorno, se ne andrà anche la paura, non tua soltanto.

Ho creduto in te, in ciò che avevo visto. Il tuo calore, la tua mano che scendeva senza timore sulla mia schiena e carezzava la mia testa nel sonno, quasi nei tuoi sogni vi fossero le promesse mai udite e che ogni donna desidera. Quella mano che nel buio non poteva lasciarsi ingannare dal timore dello sguardo.

Perché ora devi sapere, malgrado tu lo abbia capito da tempo e nel modo sbagliato, chi sono.

Il lupo che da lontano salmodiava l’astro della notte con quel suono lungo ed agonizzante nell’eco della valle che riempie d’incubi questi stupidi villani, mi è fratello.

Quanto posso rivelarti in questa lettera dipende solo da quanta linfa vitale potrò ancora versare dalle mie braccia. Perdona le mie lacrime che imprimono ombre senza poter altra emozione mostrare nel brandello di memoria di questo straccio di carta. Forse sono esse più copiose ormai del mio stesso sangue, perché ogni cosa qui mi ricorda il gelido respiro della morte, ed io lo immagino metallico, come qualcosa di affilato che cade e mi ucciderà. I ratti camminano al mio fianco ed aspettano; stridono e mi guardano con il loro grugno detestabile mentre il loro labbro si contrae in un ghigno. Entrano ed escono da un buco nel muro. Per loro questo luogo non è che una città, mentre per me è solo una lugubre cella dove marcire aspettando che la legge – o per meglio dire la stupidità dell’uomo – faccia il suo ignobile corso.

I ratti, invece, fiutano il mio respiro e spalancano le fauci inalando quel poco che basta perché possano pregustare il sapore della mia carne quando potranno farne scempio nel momento in cui il mio corpo verrà gettato nella fossa comune.

Lì per essere dimenticato. Per essere divorato da quegli esseri che questi luridi ignoranti credono siano stati messi al mondo da chi ha generato coloro che domani uccideranno all’alba.

Così è ogni mio risveglio, nel cuore della notte quando dormo, nel giorno quando la mia mente non ha altre occupazioni che di contare i sibili e l’orribile suono della carne tagliata. Odo il rumore ed immagino le teste che cadono nella cesta per poi levarsi un coro di risa e d’odio che già mi uccidono, perché domani quelle stesse urla vagheranno sopra il rotolare della mia.

In fila vedo sfilare coloro che condividono il mio stesso destino come un enorme verme che striscia verso il patibolo, i cui frammenti del corpo – tenuti congiunti dalle catene – vedo singolarmente pulsare; una testa in attesa di essere recisa, una dopo l’altra, anello dopo anello.

Ma il mio destino è ancor più detestabile, perché ciò che vedranno salire all’alba sarà l’uomo, quell’essere ignobile che di giorno cammina con le mie gambe e parla con la mia bocca, mentre vorrebbe essere la Bestia a salire lentamente sulle sue zampe le orribili scale di legno nel silenzio irreale colmo di orrore della folla che non potrà comunque mai capire.

Questa è la morte. La lenta agonia, l’orrenda consapevolezza che non esisterà più un destino dopo la ghigliottina. Non esisterà più l’esordio e l’incitazione della fame indotta dalla Luna, le corse nei boschi con i miei fratelli, liberi.

Perché siamo nati liberi senza neppure considerarlo, l’uomo.

Ma qui, nella funesta tomba che accompagna i miei minuti e cela il mio respiro come presto potrà fare la terra, io comprendo. Si, inizio a comprendere lo scellerato valore della vita.

Ora che amo.

Amore per te che credevo fossi in grado di comprendere.

Sino al chiaror di Luna.

Ma non importano i sentimenti, perché dentro di me dimora la Bestia e la Bestia non può amare che d’istinto, senza pregiudizio alcuno, senza paura, senza Dio, senza falsità, senza mondanità, senza il detestabile bisogno di farsi comprendere.

La Bestia che nacque per la vita e non per l’intelletto. Non per l’affanno se non quello per la sete e la fame. Non per sciogliere continuamente nodi che lo legano al destino di sconosciuti. Io, la Bestia che ti segue con gl’occhi sino a che dalla sua vista scompari dietro un vestito tessuto dalla tua genitrice, aspettando il tuo ritorno che ora non avverrà più. Il mio detestabile bisogno di comprendere, si, il mio scellerato amore per te e la speranza. Ora, che parla l’uomo.

Allora avresti dovuto conoscere i pensieri di quell’animale che sa amare solo tacendo, senza pensare che sei sua, ma solo un’anima che vagava lì per caso come me. Ed ora invece quello stesso animale deve nascondersi, ora che perdendo la dignità d’essere la Bestia dalla quale non hai disdegnato il calore di una notte solo perché irriconoscibile ai tuoi ingannevoli occhi, corro via, via verso luoghi dove morire non necessita delle vostre stupide credenze. Là dove Dio ci ha dimenticati e ad accoglierci ci fu solo la notte, la Luna e i suoi fantasmi.

Quello che voi temete è la purezza della verità.

Si, solo adesso, cosciente di me, ricordo la notte dal nero profondo dove ci trovammo infreddoliti sotto quell’albero, ignari di chi fossimo. Dormii sul tuo ventre, ma scappai non appena i tuoi lamenti si fecero preludio al risveglio ed il mio corpo tornava ad aggraziarsi secondo le sembianze che la natura volle che fossero. Quindi partii fuggiasco nelle lande desolate del mio essere senza conoscere cosa fosse quell’umido tra le palpebre; sapevo però che non potevo voltarmi nemmeno un istante. Dovevo correre nel sottobosco e raggiungere i lupi; era ormai giorno e la luce rischiarava sempre di più i miei pensieri così come le mie fattezze animali.

Attesi le notti, notti e notti, lunghe, gelide e assiderate, ma non rividi più quella cosa che avevo incontrato, quella cosa a cui non seppi dare un nome se non con un canto disperato che innalzavo nel vento cercando di richiamarlo a me.

Ti amerò e ti amerò ancora, anche quando inorridirai sapendo che non fu l’uomo ad amarti, ma la Bestia. Soprattutto ora che l’uomo ti disprezza.

Io sono il lupo, l’animale che vive ed è vissuto nella verità onirica alla quale voi non avete accesso, perché si cela nelle profondità della mente d’ogni uomo libero. Libero dalla schiavitù che imponete ai vostri ridicoli sensi. Lontano dalla morale che contraddistingue la vostra razza degenere.

 

Ma ora devo tacere del mio destino e prendere coraggio, poiché non posso più varcare il confine che ci ha voluto diversi, ora che dovrò incamminarmi verso il più buio dei miei sonni eterni.

Senza preghiere. Perché nessuna bestia è così ipocrita e vigliacca da pregare per la sua anima.

Nessuna salvezza. Nessun coraggio. Nessun affanno.

Non ho più alcuna speranza di correre ancora, ed è questa la mia morte senza dignità, non il tuo ridicolo perdono.

Ed io mai lo vorrò.

Ti lascio questa lettera perché tu possa comprendere, e forse – vana speranza – che tu possa ricordare e vedermi con gli stessi occhi che ho incrociato per un istante quella notte d’inverno, mentre fingevamo entrambi di essere l’uno l’anima dell’altra.

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