La dama bianca - Massimo Mayde

Vidi che tarda s’era fatta la notte cupa

ed uno sforbiciare d’ali batté le finestre un minuto appresso.

S’era unita al sogno una strana figura che, guidando i miei passi stanchi,

s’insinuò come viscere contorte alla paura,

dando poi un battito in più al mio cuore insonne;

diressi il mio sguardo all’orologio che mi rispose con un cenno

ed io mi fidai di quelle cantilene funebri che fuori udivo

usando come metronomo il mio antico scrigno del tempo.

Ma nel buio estremo, la mia gola rantolò di un singhiozzo sconosciuto

e fu come se fossi stato cinto da demoni ed incubi datisi colloquio in quel giardino di mezzanotte.

I rami s’unirono al mio borboglio veemente,

ma non seppi sceglier strada se non quella più scoscesa

come se quello strano viaggio avesse dovuto condurmi alle porte dell’inferno

ed anche se non capii per quale motivo lì non potevo trovarmi

seguii ugualmente i passi della donna che mai vidi negli occhi,

ma solo sfuggente di spalle.

 

Nel segreto calmo delle lapidi,

quasi un mormorìo di case calde venne in soccorso dell’uomo che aveva preso quel sentiero smarrendosi e non mi accorsi che intanto, stanco e deriso dai rimasugli del giorno, mi addentravo poco a poco nel corridoio tetro di una rocca in rovina.

Nel mio errante cammino,

scesi nella voragine d’ingresso ch’era come bocca priva di denti,

stando attento, che ogni rumore fosse misurato e che al tempo

non desse sospetto alcuno a chi dell’onirico viaggio si fece fardello del mio corpo inerme.

Mi mancò il respiro e a mordermi la pelle fu il solletico di un gelido tocco,

quasi avessi nell’anima l’oro che bramano creature sottili celate nell’ombra;

ed ecco che solamente incespicando nel cadavere di alcune rocce apparve,

nel pallido chiarore, una mano ossuta che cercava via di fuga da quel letto d’arenaria al centro della stanza decrepita e buia.

Volai sopra la terra ed il fango come dardo scocca l’arciere

e fui sulla via del ritorno incredulo ed invasato.

Tra le fredde sculture d’angeli morenti, le anime s’unirono al buio

e la mia strada fu chiusa all’istante.

Cercai di muovere le gambe e le ossa tutte,

ma sentii che gli arti si fecero densamente pesanti,

le statue più alte ed accusatorie.

Immediato fu il richiamo della terra alla mia percezione,

sicché volsi ai miei piedi che non vidi

e tentai d’uscire dal pantano,

ma lo stomaco vorace mi strinse in un abbraccio sordido che m’immerse tutto quanto

sino a non poter più muovere che le braccia e la testa.

Urlai pur avendo la certezza che la mia voce fosse solitaria nell’oscurità per miglia e miglia,

così che temetti di dover lasciar cadere la speranza

d’aver ancor lunga la vita.

Ma ecco illuminarsi ad un tal momento quel viso bianco,

di lei che venendo a me, lentamente accanto

– quasi paga seppur privo d’espressione umano il volto suo –

apparve nel buio avvolta nel suo sudario;

le di lei braccia scarne, aperte come in segno di gloria eterna a Dei dimenticati

divennero subito poi come serpi leste che cercarono d’afferrarmi.

Non potei fuggire

ma l’istinto mi fece naufragare ancor più nei recessi segreti della terra

dove i morti riposano.

Schivai le sue mani

straziate dalle radici voraci di piante affamate di quella carne che non sarebbe mai più dovuta tornare a camminare in terra secondo le leggi di Dio,

ma dovetti mio malgrado afferrarmi a quegl’arti corrotti dalla morte per trarmi in salvo dalla stretta alla gola che la terra stava il mio respiro togliendo.

La sua mano mi levò da quella putrida melma,

strappandomi ad essa come un’infante viene trascinato via dal ventre della madre

e non seppi coglier subito l’ironia della questione.

Strana fu la sensazione di essermi concesso alla follia dei demoni,

poiché la salvezza mi fu dono d’uno di essi,

ed anco più bizzarro se non orribile,

era la certezza che la dama bianca volesse trattenermi per scopi a me ignoti.

Però l’istinto non può dalla ragione esser piegato,

sicché agitandomi, cercai la fuga che in salvo mi avrebbe tratto;

ma la sua forza era tale, stringendo la mia camicia con la sua mano cadaverica,

che ogni mio sforzo fu vano.

Udii poi una cantilena dalle sue labbra immobili, come voce che non conosce idioma umano

e la mia mente si riversò nell’angoscia più profonda.

Nulla è più atroce del non comprender le ragioni che il carnefice detta prima di togliere la vita.

Sentii poi un sibilo violento scuotermi nelle faide segrete che l’uomo coltiva nel cuore

ed in qualche modo furono libere le mani e le gambe altrettanto,

ma per svincolare dalla forte presa della dama bianca

dovetti usar il suo spaventoso trarmi a sé,

sfruttando poi l’agilità della più cieca paura.

Terribile fu vedere come il suo viso smunto fosse così vicino al mio,

tanto da poterne sentire l’odore freddo ed amaro del lenzuolo funebre che chiudeva il suo volto in cornice sporca di rami e terra.

Agitando come un pazzo ormai le mani

e strizzando gli occhi per oscurare la vista da quell’orrore,

le mie dita penetrarono nelle sue vuote cavità oculari

e come se fossero un artiglio, esse strapparono via la sua maschera,

rivelando sotto il cappuccio del sudario un nero abisso

in cui la mia mente vi si perse come un sasso nelle acque gettato.

 

Aprii gli occhi in un singhiozzo orribile di bile e nell’oscurità ancora mi ritrovai,

ma di uno spazio angusto e più oscuro del buio conosciuto ero adesso avvolto.

L’aria terribilmente satura del mio respiro viziato mi bruciò nella gola

e lordo di un sudore malato mi sentii schiena e petto, mani e collo.

Sentii che le gambe erano strette in un ridotto spazio rovente

ed un istante prima che le fiamme potessero fare il loro scempio,

qualcuno udì le mie urla dal profondo gorgo nel quale stavo per sprofondare.

Con la mia bara.

L’aria fresca penetrò in me tanto da stordirmi

e vidi a me attorno moglie e figli abbigliati a lutto,

or con occhi più terrorizzati dei miei.

 

Fu premonitore l’incubo che vissi in quello stato di apparente decesso,

ed ora che ripenso a quella tetra dama bianca che, strappandomi alla terra, fece allegoria della nascita un senso che ancor mi turba

– ora che tornato tra i vivi posso dimenticare il mio scampato viaggio nel forno crematorio –,

mi domando per quale ragione io continui a vederla nelle mie notti insonni,

quando dal letto intravedo apparire la sua sagoma spettrale sul fondo della stanza

per poi svanire dopo una rapida occhiata.

Ed io, costretto ora, sino al giorno della mia morte reale,

ad allungare una mano verso un lume

che possa rischiarare le tenebre infinite della mia rinascita.

 

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