Il verme bianco - racconto

Qui di seguito la bozza del mio racconto inedito “Il Verme Bianco”

Il verme bianco, di: Massimo Mayde

 

Osservo la mia pelle bianca imperlata di un sudore insano.

Non oso spegnere la candela.

Eppure so dove mi trovo, nella mia vecchia casa, quella dalla quale non esco da sette anni. Non ricordo più i colori del giorno o il riverbero delle giornate di sole intenso dopo i temporali estivi.

Non ho più il ricordo delle passeggiate che mi portavano sino le vie centrali di Londra, a Pal Mall dove mi trovavo in compagnia dei miei vecchi amici. Non so più che forma abbiano le persone. Ormai conosco solo questa pallida e giallognola illuminazione a gas che ha reso la mia pelle della stessa tinta malata.

Non so come sia iniziato tutto questo, so solo che il mondo ad un tratto è diventato ostile. Non è filosofia da salotto, no. Il mio è un Male assoluto e invincibile. Si è fatto strada strisciando, poco a poco, cogliendomi all’improvviso a Time Square, da cui dovetti fuggire in preda al panico più indomabile e folle. Ricordo solo che stavo mangiando un piatto di pernice da “Giuliano’s” e improvvisamente ho sentito un dolore pungente allo stomaco. Ho iniziato subito a sudare freddo e a provare delle forti vertigini. In preda a un attacco isterico ho rovesciato i piatti rischiando di cadere a terra. Sentivo gli occhi degli altri avventori su di me e quelli dei miei amici che non capivano assolutamente cosa mi stesse accadendo. Cercarono di fermarmi e di tranquillizzarmi ma a nulla valsero i loro sforzi. Ero cieco di fronte agli istinti più bassi della specie umana, quasi non fossi io a comportarmi in quel modo ma qualche altra creatura ultraterrena che comandava il suo volere. Travolsi le persone senza badare chi avevo di fronte per correre via e rifugiarmi a casa. Un Male orribile e oscuro. Non credevo che un uomo potesse provare un terrore così indescrivibile tanto da giungere all’alienazione.

Ma io ne fui mio malgrado testimone e vittima.

Il fatto è che ho paura, anche se di preciso, di cosa, non riesco più nemmeno a ricordarlo. L’unica cosa certa è che non ho più alcuna speranza di poter uscire da questa vita miseranda, esattamente come mi è impossibile varcare la porta della camera. Solo di notte, e raramente, ho il coraggio di uscire dalla mia prigione e di vagare con il solo lume di una candela per le mura di questa casa come uno spettro in cerca di un perdono che non giungerà mai. Osservo i teloni che avvolgono il mobilio del salone, come se fossi un trapassato tornato a camminare per le stanze in cui aveva vissuto una vita ormai lontana.

Perché questa non è vita. Il mio fantasma vagherà qui in eterno, lo so, è il mio destino. Nella solitudine più infinita, nel silenzio, nel diafano colore notturno.

Cosa sono diventato?

I miei amici hanno ritenuto opportuno abbandonarmi, uno ad uno, inesorabilmente. Sino a qualche anno fa ricevevo solo la visita di Vincent, mio ultimo fedele amico, ma con il tempo anche lui ha deciso di abbandonarmi diradando sempre più le sue visite mattutine. Dapprima giornaliere, poi settimanali, ed infine…

Batte lento e funesto l’orologio appeso al muro. Scandisce i secondi come minuti, i minuti come ore, e i giorni interminabili abissi senza fondo.

Al di là di questo guscio c’è una realtà incerta. Farmene una ragione è fuori discussione, tant’è che non m’importa più delle varie sfumature della realtà che mi stanno propinando i vari medici che tentano di visitarmi settimanalmente dietro una tenda o una porta.

Loro non possono entrare. Vedere un volto umano mi riempirebbe di un ribrezzo e un orrore così atroce che potrei persino suicidarmi.

Non devono vedermi.

Non tollero che mi si veda.

Non so cosa mi possa attendere nell’immediato futuro, ma so che c’è uno strato, un sedimento nel profondo della mia malattia. Ho avuto modo di pensare. Ascoltatemi.

Lì, tra la coscienza e quella cosa di carne che pulsa c’è un parassita che striscia attraverso il mio sangue. Dapprima lo avevo sentito nella notte, come un formicolio della pelle addormentata sotto il mio stesso peso, poi come una puntura, un piccolo dolore acuminato tra i fasci muscolari e lo strato epidermico. In seguito un battito, un pulsare continuo che si spostava nel mio corpo senza mai smettere. Un dolore sordo, a tratti piacevole e rassicurante. A volte come un coltello che si gira e rigira nella carne sprofondando sempre più sino ad arrivare nelle ossa.

Corre sotto la mia pelle, si alimenta della creatura che lo ospita, ed io rimango qui inerme a cibarmi di me stesso, dei miei pensieri e dei miei deliri.

La sua costante presenza rende la mia mente sempre più stratificata e l’humus da lui prodotto come scoria del suo unico mondo, ancora, alimenta le mie psicosi. Lui, che non vive ma scalpita sovrano e indenne ad ogni mio tentativo di strapparlo fuori dal mio corpo.

Lo sento di notte, solleticare le pareti interne del mio cranio, sbucare fuori dai pori della pelle o da sotto le palpebre per sincerarsi che stia dormendo, ed io, ormai conscio della sua presenza, fingo di sonnecchiare e ascolto il suo lento incedere nel nostro eremo oscuro.

Sto diventando pazzo.

 

Al mattino – quando è mattino per il mondo – il mio risveglio coincide sempre con il suono delle campane non molto lontane della chiesa, ed ogni giorno, l’angoscia che ne segue, rende per tutto il resto del mio sopravvivere un peso insostenibile fatto di miseria e dolore.

E’ solitamente attorno alle 11:00 del mattino che avverto i passi al di là della porta dei domestici che camminano su e giù riordinando il mio carcere di proprietà privata. Hanno l’ordine di non provare mai, nemmeno per un istante sopra pensiero, a girare quella maniglia. Troverebbero comunque la porta chiusa a chiave, ma se mai dovessero provare a farlo, la reazione che ne seguirebbe sarebbe così violenta ed immediata da parte mia che credo non avrei il tempo di pensare – o di scegliere – tra l’usare quest’arma contro me stesso o decidere per la finestra come via estrema di fuga. Tre piani mi sono sufficienti e il terrore durerebbe solo pochi istanti, poi le mie costole si spezzerebbero colpendo il suolo e la morte sopraggiungerebbe in pochi istanti. Il mio cuore verrebbe trafitto e così i miei polmoni. Non avrei scampo e sarei libero.

Si, mi piace immaginare che il gesto supremo io possa compierlo sfidando il destino e gettarmi nelle fauci del terrore che mi spia con il suo occhio maligno al di là dei pochi pertugi che mi permettono di comunicare con l’esterno.

E’ un divertimento anche solo l’idea di poter utilizzare la parola “fuga” riferita a me stesso.

Io non posso fuggire.

Io non posso fuggire.

Non posso fuggire via.

Dentro e fuori dal mio mondo!

Io cado dentro il mondo.

Io non posso fuggire.

Si, e cado dentro le pieghe dei mattoni e poi l’edera rampicante, tra gli esseri vegetali e poi… e poi. Morire nel divino trafiggersi di luce!

Il verme bianco. Così ho chiamato il mio ospite. Colui che sento avanzare nelle mie fibre e che mi priva della libertà. Si, tu. Tu, oscena creatura.

Tu che non mi lasci spazi, che mi privi anche del sonno. Sento quando ti agiti per attirare l’attenzione. Sento quando vuoi soddisfare il tuo orgoglio primitivo che ogni umano porta nel limbo del suo essere come tua rappresentazione. Avverto il tuo sudicio strisciare nelle mie membra alla ricerca della fontana della vita dove poterti abbeverare.

Tu, immerso nel mio sangue.

Stanotte ho atteso che suscitassi in me la vergogna dell’esistenza, così che avrei potuto non attendere più che quella maniglia girasse durante il giorno per dimenticanza di uno dei servi!

Dio, voglio morire.

Privami di questa scatola chiusa in cui hai riposto la mia anima! Privami del pensiero, del passo attaccato al suolo, del respiro e della vergogna!

 

Osservo la mia pelle bianca imperlata di un sudore insano e non oso spegnere la candela che illumina perpetua il succedersi senza ragione dei miei giorni. Sono sempre più simile al mio ospite, al mostro strisciante, mio prigioniero, amico ed esule del mondo come me.

E’ pura meschinità, è puro sadismo la prigionia che mi è stata inflitta. Vorrei poter scostare la pesante tenda nera che copre la finestra e dare un volto a quelle voci che ogni giorno sento attraverso i muri. Vorrei poter osservare ancora una volta cos’è diventato il mondo negli ultimi sette anni là fuori, ma solo il pensiero che nelle mie pupille possa penetrare un istante della realtà, della vita, della società, ecco che il verme si aggrappa con i denti alla mia corteccia cerebrale e strappa, tira dimenandosi, ed io barcollo, cado a terra in preda a dolori e nausee atroci. Sento nella mia testa il corpo del verme bianco gonfiarsi e premere contro il mio nervo ottico quasi a volerne espellere i bulbi oculari. I denti li sento come un fastidio abominevole. Picchio i pugni al muro e vorrei aprirmi la testa spaccandomela ripetutamente contro uno spigolo!

Poi l’ospite argenteo e viscido si ritira con i suoi occhi fissi e folli dentro la più oscura parte di me e attende come un guardiano fuori dalla mia cella.

Attende che io abbia ancora un cedimento ed allora si aggrappa alla mia follia suicida per privarmi anche di questa gioia che sarebbe per me l’unica libertà che rimane.

Forse ama questa schiavitù a cui io, come se fossi il suo dio l’ho obbligato, ed ora esattamente come io sono diventato blasfemo nei confronti di Dio, il verme bianco si rivolta contro il suo creatore senza dargli pace.

L’ho reso malvagio anche se forse prima non lo era. Era rimasto dormiente in me, come latente rimane una malattia mentale che si rivela solo nel momento della maturità, mentre è sempre stata presente sin dal primo vagito.

La larva. Io sono la larva. Dio il mio carnefice.

Il suo embrione, il suo cibo, la sua placenta.

Il verme bianco attende e forse un giorno tornerà sotto terra o in un altro universo da dove è venuto.

Tornerà nel grembo della grande Madre come tutti quanti.

Sarà la mia vendetta ed il mio riscatto, perché se così fosse, io avrò vinto. Troverò la forza ed il mio dolore in terra attraverserà le torture della carne che prima di me i martiri hanno dovuto superare per elevarsi al di sopra dell’umana verità.

Lo sento strisciare, ora nel braccio e poi risalire alle spalle, farsi strada tra le vertebre del collo costringendomi alla resa, chinandomi al suolo, sconfitto e privo di forze.

Ma io so.

Non sono pazzo. Non sono pazzo!

So che per liberarmi dall’oppressione, dalla paura vorticosa del mondo, dal pulsante prurito, dal viscerale dolore nelle membra, dovrò osare. Con il cuore a mille nella gola, il dolore acceso degli occhi – non più abituati alla luce e al suono infinito della libertà – dovrò farlo.

Aprirò quella tenda e in un istante il sole si affaccerà sulla mia pelle esangue irrompendo con i suoi raggi attraverso la mia carne. La strazierà. L’orrore di sette anni privi del mondo si riverserà dentro i mie sensi come un fiume che rompe gli argini e distrugge ogni cosa viva.

Mi renderà folle. Udirò il suono della vita e urlerò accecato dal terrore più lancinante e puro.

Si, la mia fobia sarà all’estremo e vacillerà rendendomi intossicato, invasato. Sotto i raggi del sole il mio corpo si solleverà e cadrà già morto nell’occhio oscuro della vita, risvegliando dal suo ultimo sonno il verme bianco.

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