La processione dei morti

E’ la notte del 31 ottobre in Lucania, quando un abitante di Forenza si allontana dal paese per andare ad attingere l’acqua presso la fonte di Tromacchio. Giunto ai piedi della fontana, l’uomo posa i secchi e inizia a riempirli. E’ una notte d’autunno, ma non fa molto freddo. C’è silenzio. Lungo la strada sterrata non ha incontrato nessuno. Non c’è nemmeno il solito vociare che proviene solitamente dai baretti. Sì, perché questa è una notte in cui è poco raccomandabile, non è consigliabile uscire di casa, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro.
Si accende una sigaretta aspettando che l’acqua abbia finito di scorrere nei secchi, quando alzando lo sguardo, nota qualcosa muoversi lì vicino. Aguzza la vista e nel buio scorge quattro uomini uscire da dietro un muretto di mattoni ormai distrutto dalla guerra e dal tempo. Al chiaro di luna, i quattro strani individui sembrano trasportare qualcosa sulle loro spalle e, ora che sono più visibili sotto la fioca luce lunare, può vederlo chiaramente: stanno trasportando, con passo lento e penoso, una bara. Terrorizzato da quella visione, l’uomo indietreggia di qualche passo. Sì, perché quello non è un funerale normale. Gli uomini indossano delle tuniche bianche con il cappuccio calato sulle spalle e i loro volti sono “una tonalità più bianca del pallido”, come cantavano i Procol Harum in “A Whiter Shade of Pale”. Improvvisamente dal buio esce la sagoma di un frate che lo prende per mano e lo rimprovera per alcune malefatte di cui solo l’uomo, ormai terrorizzato, era a conoscenza.
Mentre gli punta il dito contro, lo sventurato osserva il volto del frate e lo riconosce: è un monaco morto già da qualche tempo, ma ora si trovava proprio lì, di fronte a lui. Impietrito dalla paura, l’uomo getta uno sguardo verso le quattro figure che nel frattempo si allontanano con il feretro ancora sulle spalle, mentre il monaco pian piano scompare nel buio.

Questa è solo una delle centinaia di leggende che potremmo ascoltare dalla voce di qualche vecchio seduto al tavolino di un bar di paese, dal Veneto alla Sicilia, dal delta del Po sino ai Trulli pugliesi. Se chiederete loro di raccontare qualche storia della notte di Ognisanti, dovrete essere pronti a storie che potrebbero farvi perdere il sonno, come quella delle donne che videro la processione dei morti riflessa in un ruscello mentre erano intente a lavare i panni, o quella della bambina che vide dalla finestra la processione dei morti, ravvisando tra quegli spiriti erranti anche la madre defunta. Quando entrambe si ritrovarono ad osservarsi vicendevolmente, la bambina si scansò dalla finestra camminando all’indietro verso il centro della stanza, quando una mano la fermò all’improvviso. Si girò e fece appena in tempo a vedere un’ombra con le fattezze della madre, fissarla con sguardo severo, come se avesse compiuto un qualche atto sacrilego. La bambina rimase pietrificata dal terrore e scoppiò in lacrime quando la figura spettrale iniziò a svanire, sciogliendosi in un rigurgito di sangue.

In certe regioni d’Italia, è usanza nella notte di Ognisanti e nella notte di San Giovanni, occupare tutte le sedie a tavola per far sì che i defunti, tornando nella loro casa, non trovino posto a sedere e se ne vadano via. Altri tengono impegnati i defunti posando sul davanzale o sull’uscio un piatto con del cibo. Il “pan dei morti” viene proprio da questa tradizione. Altre usanze, prevedono che per allontanare i morti dalle proprie case, sia necessario anche non lasciare alcun braccio dell’appendiabiti vuoto e di rimuovere lo zerbino.

Sul delta del Po, invece, troviamo la leggenda della processione del cataletto, dove quattro – o a volte sei – diavoli trasportano sulle loro spalle una bara vuota e che questa sarà riempita con il corpo dell’uomo o della donna che li incontrerà, sapendo che la morte, giungerà prima della fine dell’anno. Per scongiurare questo avvenimento, l’uomo che ha visto tali creature sovrannaturali dovrà vestire a lutto sino alla notte di San Silvestro, recarsi in chiesa ogni giorno e accendere una candela. Per sicurezza, dovrebbe inoltre tagliare una ciocca dei propri capelli secondo certi rituali e triturarli sino a renderli polvere. Fatto questo, dovrebbe sciogliere tale polvere dentro un bicchiere e berlo con tre sorsate.

In alcuni luoghi d’Italia, specie laddove la storia ci ricorda un passato fatto di ingiustizie dovute all’operato della Santa Inquisizione, come nel regno di Sicilia, è possibile vedere nelle notti di Ognisanti la processione dei Sanbeniti, ovvero i condannati all’Autodafé, ancestrale ricordo di quando gli spagnoli regnavano nel sud Italia. Chi ha assistito a questa processione, racconta soprattutto delle sensazioni terrificanti provate nel sentire dapprima una messa e canti religiosi provenire da lontano, per poi vedere con i propri occhi la processione dei condannati a morte, sfilare vestiti con il Sanbenito, ovvero una tunica ricavata da sacchi di materiale grezzo. Questi, camminano in silenzio, composti, consci del loro destino, mentre accanto a loro camminano lentamente dei monaci neri che reggono delle fiaccole. Solitamente arrivano al centro di una piazza antica e lì svaniscono nell’ombra, per ricordare a coloro che non fanno parte del loro tempo, che qui vennero arsi vivi.

I morti, insomma, compaiono nella notte di Ogni Santi, quando il velo sottile tra questo e l’altro mondo si dipana. Accade in ogni luogo del mondo e le tradizioni circa la processione delle anime si mescola di volta in volta al folklore locale. Spesso, chi li vede viene preso per pazzo, ma la pazzia è solo uno dei diversi effetti causati dal loro incontro, e a tal proposito vorrei citare un’antica leggenda popolare scozzese. Un ragazzo di nome John, la notte del 31 ottobre, anziché rincasare per tempo, rimase a lungo a far bagordi con gli amici in una locanda. Vista l’ora tarda, l’oste chiuse e spedì fuori tutti gli avventori ormai ubriachi. John non accettò l’invito di essere accompagnato a casa perché voleva dimostrare di essere ancora sobrio. Incamminandosi verso destinazione, l’uomo vide che davanti ogni porta di ogni casa, vi erano delle fiaccole e di fonte ad ognuna di esse c’erano degli uomini e delle donne in vesti bianche, immobili, come se stessero attendendo che qualcuno aprisse loro la porta. Ma nessuno lo fece. Quando si accorsero della presenza dell’uomo, tutte quelle persone si volsero a guardare John che in quell’instante vide che tutti erano morti. I loro volti emaciati, alcuni scarnificati, erano privi degli occhi e al loro posto vi erano solo delle orbite nere e vuote. John affrettò il passo, ma quelle anime lo seguirono con il loro sguardo privo d’espressione e s’incamminarono verso di lui. Colto dal terrore, l’uomo cadde svenuto e si risvegliò solo il mattino quando passata la sbornia, si diresse con gran passo verso casa. Aperta la porta, trovò sua figlia con i capelli bianchi e le mani avvizzite, vecchia e malata. La moglie era deceduta di malattia da molto tempo e così il suo cane, morto da anni ormai. John fu portato nel regno dei morti per molti anni e il suo aspetto non era mutato, mentre il mondo, così come lo conosceva, era andato avanti di ben 66 anni. La punizione per colui che non aveva rispettato il veto di non uscire la notte di Ogni Santi, fu la solitudine e la sofferenza.