Immaginate una macchina in grado di parlare. Niente di poi così stupefacente, vero? Si, ma immaginatevi la stessa cosa a metà 1800. Volete anche una scenografia? E dove se non a Londra? Per la precisione nel 1846 presso l’Egyptian Hall. Un tale, di nome Joseph Faber aveva infatti inventato una macchina in grado di replicare la voce umana con tanto di lessico (molto limitato). Immaginate anche un’altra cosa: la macchina in questione era dotata persino di un volto femminile capace di simulare il movimento delle labbra. Quindi, ciò che avremmo visto sarebbe stato un volto di donna che sbucava da una specie di soffietto collegato a sua volta all’apparato meccanico vero e proprio. Al segnale, un operatore (solitamente una donna) avrebbe toccato dei tasti e questi, attraverso l’apertura di determinate bocchette, avrebbe liberato il passaggio dell’aria verso un sistema a canne capaci di vibrare e di trasmettere il tutto ad un paio di corde vocali artificiali (o ance) e infine di uscire dalla bocca mobile della maschera posizionata alla fine di questo tortuoso giro. A detta dei testimoni, il suono era impressionante, anche se dal timbro monotono e meccanico. Un’esperienza un po’ macabra che i vittoriani erano in grado di regalarsi senza soluzione di continuità tra le migliaia di trovate grottesche che deliziano ancora noi oggi a distanza di oltre un secolo.
C’è da dire che questa non fu la prima invenzione del genere. Altri inventori si cimentarono nell’impresa già nel 1700 con scarsi risultati, e addirittura (udite udite) Roger Bacon nel XIII° secolo.

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