foto spiritiche

Una cosa va detta subito: certi vivi fanno più paura dei morti, sì, ma in foto. Stiamo parlando di fotografie spiritiche, un filone dello psicodramma nato nel 1860 con il suo precursore William H. Mumler. Veramente un bel tipo. Aveva scoperto che facendosi un selfie (non in bagno, all’epoca erano rari) nella foto era comparsa un’altra persona. Indagando, scoprì che si trattava di una doppia esposizione. Ed ecco l’idea: scattare foto alla gente ritraendole in compagnia di diafane figure che al malcapitato sarebbe sembrata la moglie defunta, la figlia deceduta, il fratello disperso in guerra, la nonna morta di tubercolosi. Click-Flash-Cash. Fuori i soldi, tanti saluti e grazie. A volte l’intraprendenza premia, diciamocelo, e così il nostro eroe si fece prendere la mano. Scattò un mucchio di foto, “un botto” diremmo oggi, e intascò una bella cifra alla faccia di coloro che gli credevano. Alcune foto poi, erano così barocche e pacchiane che a volte, secondo me, sghignazzava tra sé e sé mentre il tizio sborsava carta moneta pur di avere la propria foto con il caro estinto. Ma come abbiamo detto, Mumler ci aveva preso gusto, troppo, tanto da procurarsi ignari “spettri” tra i vivi, catturandoli di sfuggita per le strade di Boston con la sua macchina fotografica, e non con lo zainetto protonico. Infatti, qualcuno riconobbe il lustrascarpe, il vicino di casa e il cocchiere facendo scoppiare uno scandalo. Il nostro fenomeno si ritrovò quindi nella bufera con l’accusa di truffa e dovette sparire dal paese, veloce e fugace come uno dei suoi spettri. La sua “arte” però non passò inosservata e tra i suoi discepoli vi fu un certo William Hope che portò avanti le sue gesta sino a quando non fu smascherato anche lui. Tornando – quasi – seri, c’è da dire che all’epoca, queste foto erano davvero d’effetto, tanto da riuscire ad ingannare persino il papà di Sherlock Holmes, sir Arthur Conan Doyle, che dello spiritismo fu un fervido sostenitore.

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